Chi farà compagnia ai nostri genitori quando saranno molto vecchi? Per anni la risposta è stata implicita: i figli, una badante, un vicino, una struttura, una rete familiare più o meno larga. Ma nelle società che invecchiano, questa risposta diventa meno automatica. I figli sono meno numerosi, spesso vivono altrove, il personale di cura manca e una quota crescente di anziani attraversa la vecchiaia in case abitate da una persona sola.
Dentro questa domanda si affaccia una presenza nuova: l’Ai companion. Un chatbot che conversa, un assistente vocale che ricorda le medicine, un robot sociale che propone attività, un dispositivo capace di monitorare abitudini e inviare avvisi. Non è la cura nel senso pieno del termine, ma può occupare una parte della sua periferia: la compagnia, il promemoria, la sorveglianza leggera, il contatto.
Dove i robot fanno già compagnia agli anziani
La badante artificiale, intesa come sostituto completo di una persona, non esiste ancora. Esistono però già dispositivi che svolgono alcune funzioni della cura leggera: parlano, intrattengono, ricordano, raccolgono segnali, tengono aperto un canale con familiari o operatori. Non cucinano, non lavano, non accompagnano fisicamente una persona fragile dal letto alla poltrona. Ma entrano nelle ore tra una visita e l’altra, nelle case dove la solitudine non è necessariamente abbandono, ma spesso distanza, rarefazione dei contatti, routine sempre uguali.
Questi strumenti non hanno tutti la stessa forma. A volte sono robot da tavolo con una voce sintetica, a volte animali robotici, a volte bambole intelligenti, assistenti vocali, sensori domestici o piccoli robot sociali usati in strutture e reparti ospedalieri. Cambia l’oggetto, ma il compito resta simile: creare una presenza minima, ricordare attività, stimolare una risposta, facilitare il contatto, segnalare se qualcosa nella routine cambia. È una tecnologia meno spettacolare dell’immagine del robot umanoide, ma più vicina al modo in cui la cura entra davvero nelle giornate.
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A New York, il robot companion entra nelle case
Il caso più strutturato arriva dallo Stato di New York, dove l’Office for the Aging ha avviato un programma pubblico con ElliQ, un robot companion pensato per anziani che vivono a casa. Secondo l’aggiornamento 2026 del progetto, a maggio 2025 gli anziani coinvolti erano 834, selezionati attraverso le agenzie locali per l’invecchiamento, mentre le domande per partecipare avevano superato quota 3.500. Il dispositivo è stato introdotto come presenza domestica conversazionale: propone attività, promemoria, esercizi, conversazioni, messaggi e collegamenti con familiari o caregiver.
Il dato interessante non è soltanto il numero di dispositivi distribuiti, ma il tipo di bisogno a cui il programma risponde. ElliQ non si presenta come macchina per svolgere lavori fisici, ma come oggetto relazionale. Può ricordare appuntamenti, proporre attività di benessere, suggerire esercizi leggeri, avviare conversazioni, condividere messaggi o foto con familiari. La funzione è quella di occupare una fascia intermedia della cura: non l’assistenza sanitaria, non la sostituzione di una persona, ma la continuità quotidiana.
Nello stesso Stato, la compagnia artificiale ha preso anche una forma più semplice: animali robotici da compagnia. Dal 2018 al 2025, il New York State Office for the Aging ha distribuito oltre 35mila animali robotici ad anziani valutati come socialmente isolati. Sono oggetti morbidi, simili a cani o gatti, progettati per emettere suoni e movimenti realistici e offrire conforto e familiarità. Il programma era partito nel 2018 con 60 partecipanti in 12 contee; da allora è diventato una delle iniziative più estese di questo tipo.
Questi numeri aiutano a spostare il tema fuori dalla fantascienza. L’Ai companion non è sempre un androide, non ha necessariamente un volto umano e non assomiglia alle immagini promozionali della robotica futuristica. A volte è una voce in un oggetto da tavolo, a volte un’interfaccia vocale, a volte un animale robotico, a volte un sistema che combina conversazione, agenda, promemoria e monitoraggio. La novità non è soltanto nella macchina, ma nel compito che le viene affidato: non produrre, non trasportare, non calcolare, ma stare accanto.
In Corea del Sud, la bambola-robot che ricorda pasti e medicine
Un altro caso arriva dalla Corea del Sud, dove la compagnia artificiale assume la forma di una bambola-robot. Secondo la descrizione dell’azienda, Hyodol è progettata per anziani soli e poco abituati alla tecnologia: può conversare, ricordare farmaci e pasti, integrare sensori e collegare l’anziano a caregiver o familiari. La forma non è secondaria. A differenza di un assistente vocale da tavolo, Hyodol somiglia a una bambola morbida da tenere accanto o in braccio, con un’interazione pensata per essere immediata anche per persone che non usano abitualmente app, smartphone o piattaforme digitali.
Il modello sudcoreano mostra un’altra direzione della cura artificiale: non solo conversazione, ma oggetti familiari, semplici, riconoscibili. Se ElliQ somiglia di più a un assistente domestico conversazionale, Hyodol lavora sulla presenza fisica e affettiva dell’oggetto. Ricorda attività, parla, raccoglie segnali, ma lo fa attraverso una forma che richiama la dimensione familiare più che quella tecnologica. Anche qui non c’è una sostituzione della cura, ma una tecnologia che entra nelle pieghe della routine: medicine, pasti, movimento, contatto con chi assiste.
Il Giappone misura gli effetti
Una delle evidenze più interessanti arriva dal Giappone, Paese in cui l’invecchiamento della popolazione rende particolarmente urgente sperimentare nuove forme di assistenza leggera. Jmir Aging ha pubblicato uno studio su Bocco emo, un piccolo robot sociale utilizzato per quattro settimane nelle case di anziani soli residenti a Tokyo e nelle aree vicine. I partecipanti avevano almeno 65 anni, vivevano da soli e dichiaravano una condizione di solitudine; 68 hanno completato sia il questionario iniziale sia quello finale.
Bocco emo non funzionava come una badante robotica, né come un chatbot completamente autonomo. Era piuttosto un’interfaccia domestica di comunicazione: gli anziani potevano inviare messaggi vocali, trasmessi a operatori umani, che preparavano risposte empatiche e personalizzate poi lette dal robot. Anche i familiari potevano mandare messaggi tramite smartphone, vocalizzati dal dispositivo. A queste funzioni si aggiungevano promemoria quotidiani, per esempio su medicine, pasti o appuntamenti, interazioni automatiche al mattino e alla sera, piccoli quiz e attività leggere. Durante le quattro settimane di studio, i partecipanti hanno registrato in media 5,5 scambi di messaggi al giorno.
Il risultato principale riguarda la solitudine, misurata con la Ucla Loneliness Scale, una scala da 20 a 80 in cui punteggi più alti indicano maggiore solitudine percepita. Nel gruppo che ha usato il robot, il punteggio medio è sceso da 41,2 a 37,4, con una riduzione di 3,7 punti. Nel gruppo di controllo è passato da 39,3 a 38,9, con una riduzione di 0,6 punti. La differenza tra i due gruppi è risultata statisticamente significativa. È migliorato anche il benessere psicologico, misurato con il Who-5 Well-Being Index: nel gruppo di intervento il punteggio è salito da 14,5 a 16,6, mentre nel gruppo di controllo è rimasto quasi stabile, da 14,6 a 14,9.
Altri indicatori, però, non hanno mostrato cambiamenti significativi: depressione, salute percepita, frequenza dei contatti con altre persone e fiducia generalizzata sono rimasti sostanzialmente invariati. La parte qualitativa dello studio aiuta a capire che cosa abbia funzionato, almeno per alcuni partecipanti: supporto emotivo, aiuto nella routine quotidiana, arricchimento delle interazioni sociali e stimolazione cognitiva. Il campione, però, era piccolo, localizzato a Tokyo e dintorni, composto in larga maggioranza da donne e formato da anziani soli ma ancora fisicamente e cognitivamente autonomi. Il dato, quindi, è utile ma circoscritto: mostra effetti misurabili nel breve periodo, non una sostituzione della cura umana.
Prima dei chatbot, la foca robotica per le strutture di cura
La compagnia robotica non nasce con l’intelligenza artificiale generativa. Uno dei casi più noti è Paro, robot interattivo a forma di cucciolo di foca sviluppato in Giappone e usato in contesti di cura e sperimentazione, soprattutto con persone con demenza, Alzheimer o altri disturbi cognitivi. Paro non conversa come un chatbot, ma reagisce al tatto, ai suoni e alle interazioni: muove la testa, emette versi, risponde alla stimolazione.
Il caso Paro serve a ricordare che la tecnologia per la compagnia degli anziani è fatta anche di strumenti non verbali. In alcune situazioni, soprattutto con persone con demenza, non è la conversazione complessa a contare, ma la stimolazione sensoriale, la prevedibilità, il contatto con un oggetto morbido e reattivo. Prima ancora che l’Ai companion diventasse un chatbot capace di parlare, la robotica sociale aveva già iniziato a sperimentare forme più semplici di presenza artificiale nelle strutture di cura.
E in Italia? Più sperimentazioni che programmi di massa
In Italia non emerge, per ora, un programma pubblico nazionale di Ai companion per anziani paragonabile a quello dello Stato di New York. Il quadro è più frammentato: robot sociali in contesti sanitari e di ricerca, piattaforme di teleassistenza, sensori domestici, assistenti vocali usati per promemoria e supporto alla vita quotidiana. Non c’è ancora una “badante artificiale” distribuita su larga scala nelle case degli anziani, ma esistono sperimentazioni che vanno nella stessa direzione: coprire piccoli pezzi della cura leggera.
A Genova, il progetto R.O.S.A. ha visto l’impiego del robot umanoide Pepper con l’Ospedale Galliera, l’Università di Genova e Scuola di Robotica, in un percorso legato al contrasto della sarcopenia nell’anziano attraverso esercizi robot-assistiti e umano-assistiti. A Torino, il progetto Daisi&Ron integra robotica, intelligenza artificiale conversazionale e realtà virtuale per monitorare e stimolare le funzioni cognitive di anziani fragili, a domicilio o nelle Rsa. Nel campo della casa assistita, progetti come Siate non riguardano robot di compagnia, ma sensoristica domestica, intelligenza artificiale e servizi territoriali per sostenere anziani autosufficienti o parzialmente autosufficienti.
Il caso italiano mostra una traiettoria diversa da quella statunitense: meno distribuzione diretta di robot companion nelle case, più sperimentazioni legate a sanità, ricerca, teleassistenza e assistenza domiciliare. Ma la direzione è riconoscibile. Anche qui la tecnologia non si presenta come sostituto integrale della badante, bensì come insieme di strumenti che possono ricordare, monitorare, stimolare, facilitare il contatto e aiutare operatori o familiari a seguire persone anziane che vivono più a lungo, spesso da sole, e con reti di cura più difficili da tenere insieme.
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