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martedì 5 Maggio 2026
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Ci laviamo meno le mani, ma puliamo di più lo smartphone: la nuova igiene degli italiani

C’è un oggetto che tocchiamo in continuazione, portiamo ovunque, appoggiamo su tavoli, scrivanie, sedili, comodini, banconi, e poi riportiamo vicino al viso. Non è un fazzoletto, non è una posata, non è una maniglia. È lo smartphone. E proprio mentre l’attenzione verso l’igiene delle mani torna su livelli meno intensi rispetto agli anni della pandemia, cresce quella verso il cellulare: oggi un italiano su tre lo pulisce almeno una volta al giorno.

Il dato arriva dalla nuova ricerca sulla consapevolezza dell’importanza dell’igiene delle mani condotta dall’Osservatorio Opinion Leader 4 Future, progetto nato dalla collaborazione tra Gruppo Credem e Almed – Alta Scuola in Media Comunicazione e Spettacolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in collaborazione con la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs. I risultati vengono presentati in occasione della Giornata mondiale di sensibilizzazione sull’igiene delle mani promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità, che ricorre il 5 maggio.

A sei anni dalla diffusione del Covid-19 in Italia, il quadro racconta una fase diversa. Non più l’igiene come gesto simbolo dell’emergenza, non più il gel disinfettante come presenza fissa all’ingresso di negozi, uffici e locali, non più il lavaggio delle mani scandito da raccomandazioni continue. Le abitudini si sono assestate. Gli italiani continuano a lavarsi le mani, ma meno spesso rispetto al biennio post-pandemico, e usano meno disinfettanti. In compenso, iniziano a guardare con più attenzione agli oggetti che toccano tutto il giorno.

Secondo l’indagine, condotta su un campione di 500 maggiorenni rappresentativi della popolazione italiana, solo il 19% utilizza abitualmente gel disinfettanti, con un calo di 12 punti percentuali rispetto al 2023. La frequenza dei lavaggi quotidiani si è stabilizzata a quota 6 al giorno, lo stesso dato del 2025 ma inferiore rispetto al biennio 2023-2024, quando la media era pari a 7.

La discesa non cancella l’abitudine, ma la riporta dentro una quotidianità meno eccezionale. Lavarsi le mani non è più il gesto pubblico di una società in allerta, ma una pratica ordinaria, legata ai momenti della giornata, agli spostamenti, al lavoro, alla casa, alla cura di sé e degli altri. Il cambiamento più interessante è che l’igiene non si ferma alle mani. Si sposta sugli oggetti, sui dispositivi, sulle superfici che accompagnano la vita digitale.

Lo smartphone è il caso più evidente. Il 30% degli intervistati dichiara di pulirlo almeno una volta al giorno, in aumento rispetto al 25% del 2024. La crescita è contenuta ma significativa, perché riguarda uno degli oggetti più personali e più condivisi, almeno indirettamente, della giornata. Il cellulare passa dalle mani alle tasche, dalle scrivanie ai tavoli, dai mezzi pubblici al letto, dalle sale d’attesa ai luoghi di lavoro. Lo si usa per pagare, leggere, scrivere, telefonare, fotografare, ascoltare, orientarsi. E spesso lo si tocca subito dopo aver toccato altro.

L’indagine allarga il campo anche ad altri dispositivi. Il 60% del campione dichiara di pulire il computer almeno una volta alla settimana, mentre il 39% sanifica le cuffie. Pc e auricolari entrano così nella stessa geografia quotidiana dello smartphone: strumenti di lavoro, studio, comunicazione e intrattenimento che diventano anche oggetti da igienizzare. La prevenzione, in questo senso, segue le trasformazioni della vita di tutti i giorni.

Dalla stagione del gel alla routine quotidiana

Durante la pandemia, l’igiene delle mani era uno dei gesti più visibili della prevenzione. I dispenser all’ingresso dei negozi, le istruzioni nei bagni pubblici, i cartelli negli uffici, le campagne sui media e sui social avevano trasformato un’abitudine personale in un comportamento collettivo. Lavarsi le mani e usare il gel non erano solo gesti privati, ma parte di una nuova grammatica della convivenza.

Oggi il gel disinfettante ha perso centralità, mentre il lavaggio delle mani è tornato a una frequenza più stabile. La media di 6 lavaggi al giorno resta identica a quella del 2025, ma segna un passo indietro rispetto ai 7 lavaggi medi del biennio 2023-2024. Il dato racconta il modo in cui le società assorbono una crisi: alcune pratiche restano, altre si attenuano, altre ancora si trasformano.

L’Osservatorio ricorda che le mani possono essere un veicolo di trasmissione per virus, batteri e protozoi. Nel caso delle infezioni respiratorie, il passaggio può avvenire anche in modo indiretto: si tossisce o starnutisce nelle mani, si tocca una superficie, quella superficie viene poi toccata da qualcun altro. È una catena semplice, spesso invisibile, che spiega perché il lavaggio delle mani continui a essere una misura di prevenzione di base.

Resta infatti alta la conoscenza delle corrette norme di igiene respiratoria. L’81% degli intervistati sa che il comportamento più appropriato è tossire o starnutire nella piega del gomito, in crescita rispetto al 77% del 2024. È uno dei segnali più chiari dell’eredità lasciata dagli anni della pandemia: non tutti i comportamenti vengono mantenuti con la stessa intensità, ma alcune informazioni sono entrate stabilmente nel lessico quotidiano.

A questo si collegano le sette regole diffuse nei materiali informativi dell’Osservatorio con il Policlinico Gemelli: coprire bocca e naso con un fazzoletto o con il gomito quando si tossisce o starnutisce; smaltire subito i fazzoletti usati; lavare le mani con acqua e sapone per almeno 40-60 secondi o usare una soluzione idroalcolica per 20-30 secondi; restare a casa quando si è malati; evitare il contatto ravvicinato, soprattutto con persone fragili; indossare la mascherina quando non si può mantenere la distanza fisica, in particolare negli ambienti chiusi; ventilare gli ambienti aprendo le finestre o usando sistemi di aerazione.

Non sono indicazioni nuove, ma il loro ruolo cambia nel tempo. Nella fase acuta della pandemia erano regole di emergenza. Oggi diventano pratiche da mantenere quando servono, soprattutto nei contesti in cui il rischio di trasmissione è più alto: luoghi chiusi, ambienti affollati, spazi condivisi, situazioni in cui sono presenti persone fragili. La prevenzione quotidiana non si misura solo nella quantità dei gesti, ma nella loro continuità e nel momento in cui vengono compiuti.

Letti in questa prospettiva, i dati non parlano solo di mani. Parlano di memoria collettiva. Una parte delle abitudini nate o rafforzate durante la pandemia si è ridotta, un’altra è rimasta, un’altra ancora si è spostata su nuovi oggetti. Il cellulare pulito ogni giorno da un italiano su tre diventa così il segnale di una prevenzione più domestica, più digitale, meno visibile nello spazio pubblico ma ancora presente nella gestione della giornata.

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manuela.cirinna@adnkronos.com (Manuela Cirinnà)

© Riproduzione riservata

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