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La “tassa” sul lutto: perché la morte di un genitore ci rende più poveri

Il dolore per la perdita di un genitore è un’esperienza che quasi ogni essere umano è destinato ad affrontare. Eppure, per decenni, questo trauma è stato considerato esclusivamente una faccenda privata, un momento di introspezione e lutto lontano dai grafici della crescita economica. Una ricerca, pubblicata sulla rivista American Economic Review, ribalta questa prospettiva, dimostrando che la morte di un genitore agisce come uno “choc” economico capace di segnare la carriera e il portafoglio dei figli per anni.

Lo studio

Il cuore di questa indagine batte tra le università di Oxford e la Chinese University of Hong Kong. A guidare il team è stato il Dr. Mathias Fjællegaard Jensen, Senior Research Fellow presso il Dipartimento di Economia di Oxford, insieme alla ricercatrice Ning Zhang. I ricercatori hanno attinto a quella che viene considerata una miniera d’oro per gli scienziati sociali: i dati amministrativi della Danimarca relativi al periodo 1980-2019. Perché la Danimarca? Perché il Paese scandinavo registra ogni singolo evento vitale, visita medica o variazione di reddito della sua popolazione, permettendo analisi di una precisione chirurgica. Jensen e Zhang hanno adottato una strategia metodologica rigorosa: hanno isolato esclusivamente i decessi genitoriali improvvisi e inaspettati (causati ad esempio da arresti cardiaci o incidenti stradali). Questo ha permesso di studiare l’effetto “puro” del lutto, escludendo le complicazioni derivanti dall’assistenza prolungata a un genitore malato prima del decesso, che avrebbe potuto alterare i dati sul lavoro dei figli già prima dell’evento.

La “tassa” sul lutto: i numeri della crisi

I dati rivelano che la perdita di un genitore non è un evento da cui ci si riprende economicamente in pochi mesi. Al contrario, lo studio documenta un calo dei guadagni che persiste per almeno cinque anni con differenze di genere incluse. Per gli uomini, nei cinque anni dopo la perdita, il reddito medio scende del 2% rispetto a chi non ha subito il lutto. Per le donne, il calo è ancora più netto, attestandosi al 3%.

Il dato che evidenzia la difficoltà maggiore però riguarda le madri con figli piccoli (sotto i 6 anni). Per loro, la “tassa invisibile” del lutto arriva a tagliare il reddito fino al 4%. Questo divario suggerisce che la morte di un nonno o di una nonna non è solo un dolore emotivo, ma la distruzione di un pilastro fondamentale del welfare familiare.

L’addio ai nonni

Perché le donne e le madri sono le più colpite? La risposta risiede nel ruolo dei nonni come “ammortizzatori sociali”. Anche in una società avanzata come quella danese, i nonni forniscono un’assistenza fondamentale per coprire il divario tra la fine delle lezioni scolastiche e il termine dell’orario di lavoro dei genitori. Quando un genitore muore, questa rete di supporto informale svanisce. I figli (soprattutto se donne) si trovano costretti a ridurre le ore di lavoro o a rinunciare a promozioni per occuparsi dei bambini o, in alcuni casi, del genitore superstite rimasto vedovo e magari malato.

Inoltre, lo studio sottolinea come la morte della madre abbia un impatto più pesante rispetto a quella del padre, sia in termini psicologici che economici, evidenziando il ruolo centrale della figura materna nel coordinamento della famiglia e del supporto anche nell’età adulta dei figli.

Le ferite della mente: antidepressivi e oppioidi

La ricerca va oltre i conti correnti e scava nelle cartelle cliniche. Jensen e Zhang hanno scoperto che il crollo del reddito viaggia di pari passo con un brusco deterioramento della salute mentale. Dopo la morte della madre, le visite psicologiche registrano un’impennata incredibile: +130% per le figlie e +147% per i figli. Ma c’è un dato ancora più inquietante: l’aumento delle prescrizioni di oppioidi (+6% per gli uomini, +5% per le donne), segno che molti figli cercano nel farmaco una risposta a un dolore psicologico insopportabile. Spesso, l’inizio del declino economico coincide esattamente con l’inizio di questi trattamenti farmacologici, confermando che la salute è il mediatore principale del successo lavorativo.

Un monito per l’Italia

Se in Danimarca, dove asili e sanità sono ampiamente sussidiati, l’impatto è così forte, in Paesi con meno protezione sociale, come potrebbe essere l’Italia o il Regno Unito, le conseguenze potrebbero essere molto più severe. In altre parole, avvertono i ricercatori, che senza un supporto pubblico adeguato, la morte di un genitore rischia di diventare un acceleratore di povertà e disuguaglianza.

Verso nuove politiche del lutto

Cosa fare, dunque? Jensen e Zhang non si limitano alla diagnosi, ma suggeriscono una terapia politica in tre punti:

  1. Congedi retribuiti per lutto: attualmente, molti Paesi non prevedono giorni di permesso legale per la morte di un genitore per i figli adulti, che devono spesso usare ferie o rientrare al lavoro in pieno choc.
  2. Screening psicologici automatici: le autorità sanitarie dovrebbero offrire supporto psicologico proattivo subito dopo il decesso, per intercettare precocemente il rischio di depressione o abuso di sostanze.
  3. Supporto all’infanzia flessibile: potenziare i servizi di asilo nido e doposcuola per sostituire il ruolo dei nonni che non ci sono più.

In un mondo che ci chiede di essere sempre produttivi, questa ricerca ci ricorda che siamo, prima di tutto, esseri legati da fili familiari profondi. E quando uno di questi fili si spezza, è l’intera struttura della nostra vita, inclusa quella professionale, a rischiare di crollare.

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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