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Giorgia Meloni spogliata con l’Ai: “Strumento pericoloso: oggi a me, domani a chiunque”

In lingerie, nell’intimità di una camera da letto, tra le luci soffuse. È bastato così poco a far credere a numerosi utenti online che quella foto fosse vera e ancora meno per creare un’ondata di indignazione tra chi ha sostenuto che quel tipo di scatto non si addicesse a un capo di governo. Parliamo del recente episodio che ha visto protagonista la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ritratta in false immagini generate dall’intelligenza artificiale e che ha riacceso con forza il dibattito sui pericoli dei deepfake e sulla violenza di genere digitale.

La stessa presidente Meloni ha denunciato l’accaduto sui propri social, sottolineando come queste foto siano state spacciate per vere da alcuni oppositori per attaccarla. Nonostante l’ironia della premier, che ha commentato come l’Ai l’avesse “migliorata parecchio”, il messaggio finale è di estrema gravità: “I deepfake sono uno strumento pericoloso perché possono manipolare e colpire chiunque. Io posso difendermi. Molti altri no”.

 

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La reazione della politica e le proposte normative

Il mondo politico ha espresso immediatamente la propria solidarietà alla premier. Mariastella Gelmini (Noi Moderati) ha definito l’episodio “inaccettabile”, ricordando che il ddl Ai equipara la diffusione illecita di deepfake al reato di revenge porn. Sulla stessa linea Deborah Bergamini (Forza Italia), che parla di una “forma subdola di aggressione” volta all’oggettivazione della donna. Carlo Fidanza e Stefano Cavedagna (FdI) hanno annunciato una risoluzione al Parlamento europeo per chiedere l’applicazione rigorosa dell’Ai Act, con l’obbligo di watermarking, cioè marcare i contenuti Ai in quanto tali, per rendere i falsi immediatamente riconoscibili.

Tuttavia, non sono mancate note critiche sulla modalità di denuncia. L’eurodeputata Alessandra Moretti (Pd), pur esprimendo solidarietà, ha giudicato l’ironia della premier “fuori luogo”, sottolineando che la violenza digitale non va derubricata a scherzo poiché per molte donne indifese può causare traumi profondi. Catia Polidori (Azzurro Donna) ha invece ribadito che colpire la premier nella sua sfera intima mira a indebolirne la posizione pubblica e professionale.

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La cultura dell’abuso online

L’episodio Meloni non è isolato, ma si inserisce in un contesto sistemico di violenza di genere online. Come recentemente analizzato dalla professoressa Mariacristina Sciannamblo a Demografica Adnkronos, questi fenomeni affondano le radici in una “maschilità omosociale” dove la condivisione di materiale sessualizzante senza consenso diventa una valuta per ottenere riconoscimento tra pari. Gruppi online hanno dimostrato come la tecnologia non sia neutra, ma amplifichi stereotipi e logiche patriarcali.

In Italia, l’ordinamento cerca di rispondere con l’articolo 612-quater del Codice penale, che punisce con la reclusione da uno a cinque anni chi diffonde immagini o video falsificati con l’Ai atti a trarre in inganno sulla loro genuinità. Il Garante della Privacy ha inoltre ribadito che immagini e voce sono dati biometrici tutelati dal Gdpr.

Il rischio “per chi non può difendersi”

La preoccupazione di Meloni per chi “non può difendersi” trova conferma, inoltre, nei recenti dati del dossier 2025 di Telefono Azzurro. Il 96% dei ragazzi tra i 12 e i 18 anni utilizza uno smartphone e si trova spesso solo in mondi digitali regolati da logiche di profitto. Il dossier evidenzia come l’Ai stia creando un nuovo scenario di abuso: la generazione di materiale pedopornografico sintetico che rende sempre più difficile l’identificazione e la rimozione dei contenuti da parte delle autorità.

I giovani appaiono ambivalenti: se da un lato il 42% valuta positivamente l’Ai, il 37% teme la disinformazione e il 26% ha paura che immagini create artificialmente possano ledere la propria reputazione. Inoltre, il 63% degli adolescenti ha provato emozioni negative come inadeguatezza o invidia mentre era sui social.

Verso una difesa digitale collettiva

La soluzione non può essere solo tecnica o sanzionatoria. Telefono Azzurro, nel suo “Manifesto per l’Infanzia”, chiede trasparenza sugli algoritmi e programmi educativi di lungo termine. Come sottolineato dal professor Ernesto Caffo, è necessario colmare il gap generazionale tra adulti e “nativi digitali” per rendere i ragazzi protagonisti consapevoli e non “oggetti passivi” della rete. La difesa della dignità umana nello spazio digitale, come dimostrato dal caso della Presidente Meloni, resta una sfida comune che richiede una responsabilità collettiva.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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