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L’invecchiamento non è lineare, accelerazione a 44 e 60 anni

L’Italia è il secondo Paese più vecchio del mondo dopo il Giappone. Dati Istat alla mano, al 1° gennaio 2025 gli over 65 erano quasi 14,6 milioni, un quarto della popolazione residente, e gli ultraottantenni erano più di 4,5 milioni. In questo contesto, capire quando il corpo cambia davvero, e con quale velocità, ha ricadute concrete sulla prevenzione, sull’organizzazione della sanità e sulla politica del lavoro, elementi cruciali per la tenuta di un sistema in bilico.
Con l’aumentare dell’età media (pari a 47,1 anni in Italia) aumenta anche l’attenzione degli italiani ad invecchiare bene e, se possibile, non in fretta.

In tal senso, da Stanford arriva una risposta che non piacerà a chi cerca rassicurazioni lineari. Secondo uno studio pubblicato nel 2024 si Nature Aging, infatti, l’invecchiamento biologico non procede in modo costante, ma si concentra in due fasi di accelerazione intensa: la prima intorno ai 44 anni, la seconda all’inizio dei 60 anni.

Cosa è emerso dallo studio

 Xiaotao Shen, Michael Snyder e altri colleghi della Stanford University hanno analizzato 108 adulti sani tra i 25 e i 75 anni, monitorati per una mediana di circa 1,7 anni. Al termine dello studio, i ricercatori hanno tracciato l’andamento di oltre 135.000 molecole e microrganismi (proteine, Rna, metaboliti, lipidi, oltre al microbioma cutaneo e intestinale) per un totale di circa 250 miliardi di punti dati.
L’approccio si chiama multi-omics e consiste in una lettura simultanea di più “strati” biologici dell’organismo. Dove i tradizionali esami del sangue fotografano singoli indicatori, la multi-omics coglie le reti di interazione tra migliaia di molecole, permettendo di vedere pattern che altrimenti resterebbero nascosti.

Il risultato più importante emerso dallo studio è che l’81% delle molecole analizzate ha mostrato variazioni non lineari: non cambiano, cioè, con un ritmo costante all’aumentare dell’età, ma tendono a rimanere relativamente stabili per lunghi periodi e poi a subire scatti bruschi in finestre temporali specifiche.

Cosa significa invecchiamento non lineare

 Immaginate un grafico in cui sull’asse orizzontale c’è l’età e su quello verticale il livello di una molecola qualsiasi (un lipide, una proteina immunitaria, un enzima). Se l’invecchiamento fosse lineare, il grafico mostrerebbe una retta inclinata: una salita o discesa costante, anno dopo anno. Quello che lo studio di Stanford ha trovato è invece una curva a gradini: “Non stiamo semplicemente cambiando gradualmente nel tempo”, ha dichiarato Michael Snyder, professore di genetica a Stanford e autore senior dello studio, che spiega: “Ci sono cambiamenti davvero profondi. La metà dei 40 anni è un momento di cambiamento drammatico, come lo è l’inizio dei 60. E questo vale qualunque classe di molecole si prenda in esame”.

Il primo scatto: metà dei 40 anni

 Il primo picco di cambiamento si concentra intorno ai 44 anni e coinvolge prevalentemente il metabolismo dei lipidi, dell’alcol e della caffeina, i marcatori associati al rischio cardiovascolare, la composizione muscolare e cutanea.

In pratica, intorno a quell’età il corpo inizia a processare i grassi e l’alcol in modo meno efficiente. Questo potrebbe spiegare, su basi molecolari, perché molte persone intorno ai 40 anni notano un aumento del peso anche senza cambiamenti rilevanti nelle abitudini alimentari o nell’attività fisica.

Vale la pena segnalare che i ricercatori stessi hanno inizialmente sospettato che il segnale nella fascia dei 44 anni fosse distorto dalla presenza di donne in perimenopausa nel campione. Ma quando hanno controllato separatamente il dato nei partecipanti maschi, il picco era comunque presente. Si tratta quindi di un fenomeno biologico trasversale, non limitato dalla transizione ormonale femminile.

Il secondo scatto: inizio dei 60 anni

 La seconda fase di accelerazione arriva intorno ai 60 anni e riguarda sistemi biologici in parte diversi: il metabolismo dei carboidrati, la funzione renale, la regolazione immunitaria, e ancora una volta l’apparato cardiovascolare e muscolo-scheletrico.

La riduzione dei livelli di citochine infiammatorie, molecole che coordinano la risposta immunitaria, corrisponde a un indebolimento misurabile della capacità di difesa dell’organismo. Nel frattempo, le variazioni nei marcatori legati al metabolismo dei carboidrati suggeriscono un aumento della vulnerabilità al diabete di tipo 2, mentre quelle legate alla funzione renale indicano un deterioramento progressivo della capacità filtrante dei reni.

Non sorprende, allora, che i dati epidemiologici mostrino un’impennata di malattie cardiovascolari, neurodegenerative e metaboliche proprio dopo i 60 anni, un’età che riguarda circa un italiano su quattro.

I limiti dello studio

 Il campione di 108 partecipanti dello studio pubblicato su Nature Aging è numericamente limitato per trarre conclusioni definitive a livello di popolazione, per questo di seguito offriamo un confronto con studi analoghi. Nel caso di Stanford, i partecipanti erano in prevalenza sani, una scelta metodologica necessaria per isolare i cambiamenti legati all’età da quelli legati alle malattie, che, però, potrebbe rappresentare un limite per chi convive con patologie già a 40 anni.

Inoltre, l’intervallo di età coperto (25-75 anni) lascia aperta la questione di cosa succede dopo: lo studio non consente di verificare se esista una terza ondata di accelerazione intorno ai 75-80 anni, che altri studi sembrano indicare. Il campione include anche una certa eterogeneità etnica e di genere, ma non è abbastanza ampio da permettere analisi robuste per sottogruppi. Studi futuri con coorti più grandi e periodi di osservazione più lunghi saranno necessari per confermare e approfondire i risultati.

Un confronto con gli altri studi

 D’altra parte, lo studio di Stanford poggia su prestigiosi precedenti. Nel 2019, un’altra ricerca, condotta su un campione molto più ampio, 4.263 persone, e pubblicata su Nature Medicine, aveva analizzato circa 3.000 proteine plasmatiche, identificando tre “onde” di cambiamento proteomico intorno ai 34, ai 60 e ai 78 anni. Il termine “proteoma” fa riferimento all’intero insieme di proteine prodotte o modificate da una cellula, un tessuto o un intero organismo e la proteomica è la disciplina che studia struttura, funzioni, quantità e interazioni delle proteine.

I metodi tra i due studi sono diversi: lo studio del 2019 guarda persone diverse di età diverse in un solo momento, come una serie di fotografie scattate a gruppi distinti; quello del 2024 segue le stesse persone nel tempo, come un piccolo film che registra come cambiano davvero i loro marcatori biologici. I risultati sono complementari, non sovrapponibili.

Entrambi individuano una transizione importante intorno ai 60 anni; lo studio di Stanford aggiunge una fase critica intorno ai 44 anni, mentre quello precedente ne segnala una già a 34 anni e un’altra a 78.

Cosa cambia per la prevenzione

Letti insieme, gli studi delineano una biologia dell’invecchiamento a più velocità, con accelerazioni ricorrenti che i modelli lineari non riescono a cogliere, con inevitabili ricadute sulla prevenzione.

I ricercatori di Stanford, nel comunicato ufficiale, suggeriscono che la conoscenza di questi picchi dovrebbe tradursi in screening cardiometabolici più precoci e mirati a partire dai 40 anni (non dai 50 o 60 come spesso viene fatto) e in un’attenzione specifica allo stile di vita in quelle finestre di età.

In particolare, colesterolo, trigliceridi, glicemia e peso andrebbero monitorati con più regolarità a partire dai 40 anni, quando il metabolismo lipidico registra un’inflessione. La soglia dei 60 anni, invece,  riguarda più da vicino la funzione la funzione immunitaria e renale.

Questi dati assumono un peso particolare per un Paese anziano come l’Italia, dove l’età media è desinata ad aumentare nei prossimi anni.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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