Fiorella Mannoia e il “bambino interiore”: cosa c’è di vero dietro il legame tra gioco e longevità 

“Se continui ad alimentare il bambino che è in noi, si invecchia più lentamente”. A pronunciare la frase, ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa, è stata Fiorella Mannoia, raccontando la propria passione quotidiana per i videogiochi e le sfide a carte con Giorgio Panariello. 

Per questa volta, quella della cantautrice non è “solo” una dichiarazione poetica, ma un meccanismo verificato dalla ricerca scientifica sui processi di neuroplasticità e riserva cognitiva.  

Sul piano clinico e comportamentale, ciò che chiamiamo “bambino interiore” coincide con tratti specifici che l’età adulta tende a spegnere: la curiosità esplorativa, la capacità di giocare, la gestione dell’incertezza e la ricerca di novità. Fattori che la medicina della longevità non considera più semplici inclinazioni psicologiche, ma veri e propri scudi fisiologici contro il decadimento cerebrale. 

Il circuito della novità: come il gioco allena il cervello 

Con il progredire dell’età, i circuiti neurali tendono alla conservazione: si riducono le condotte di esplorazione spontanea e diminuisce l’apertura a contesti imprevedibili. Questa rigidità comportamentale ha un corrispettivo biologico nell’indebolimento del sistema che regola l’arousal, ovvero la reattività agli stimoli e la flessibilità cognitiva. Questo sistema, noto scientificamente con il nome di locus coeruleus-noradrenalina (LC-NA), è in un certo senso la nostra centrale biochimica.  

Proprio in quest’area si manifestano le primissime alterazioni della patologia tau, precursori del deterioramento senile e delle demenze.  

Uno studio neurobiologico pubblicato nel 2025 su Playful brains ha analizzato come la playfulness (l’attitudine attiva al gioco e all’esplorazione) funga da attivatore diretto di questo asse. Partecipare a un’attività ludica, che sia un videogioco d’azione o una partita a carte come piace fare a Fiorella Mannoia e Gigi Panariello, costringe la mente a fronteggiare regole in mutamento, imprevisti e decisioni rapide. Questo stato di allerta dinamica stimola il rilascio di noradrenalina su tutta la corteccia cerebrale, promuovendo la plasticità delle sinapsi e ritardando la perdita di connettività tra le reti neurali. In pratica, il gioco rallenta l’invecchiamento del nostro cervello e ne aumenta l’elasticità. 

Il contrasto alla solitudine: quando il gioco diventa relazione 

Le parole di Fiorella Mannoia rimandano alla natura sociale del gioco. Che si tratti di un tavolo di carte o di una sfida a calcetto, il gioco impone la presenza dell’altro, il confronto dialettico e la condivisione emotiva. 

Sull’altra sponda, l’impatto dell’isolamento è devastante. Come documentato dagli studi su Nature Mental Health, la percezione soggettiva di solitudine aumenta del 31% il rischio di sviluppare forme di demenza e del 15% la probabilità di declino cognitivo rapido. 

L’Organizzazione mondiale della sanità ha inserito la disconnessione sociale tra i maggiori fattori di mortalità prematura, paragonandola all’abuso di tabacco. Mantenere viva l’attitudine al gioco protegge l’individuo dal ritiro domestico, creando occasioni di socialità in un Paese che registra quasi un milione di ultranovantenni e oltre ventiduemila centenari esposti a isolamento cronico. 

Neurogenesi e memoria, la lezione dei “super ager” 

L’impatto di una mente costantemente sollecitata dall’apprendimento non è un dato teorico. Come documentano le ricerche sulla memoria dei cosiddetti super ager, esistono ottantenni con le stesse prestazioni cognitive di quarantenni in buono stato di salute. Questo succede perché il gioco costringe il cervello a riadattare costantemente le proprie mappe di risposta, esattamente come accade durante l’infanzia. 

Le analisi istologiche pubblicate su Nature hanno rivelato che i soggetti capaci di conservare una memoria eccezionale in età avanzata presentano una densità insolitamente alta di neuroni immaturi nell’ippocampo. La produzione di nuove cellule nervose, a lungo ritenuta impossibile oltre la giovinezza, continua a verificarsi se il tessuto cerebrale riceve stimoli complessi, variati e continui. Al contrario, la routine ripetitiva e la perdita di curiosità accelerano l’atrofia corticale.  

La curiosità come indicatore biologico nelle Blue Zone 

Il legame tra apertura all’esperienza e longevità trova riscontro anche nell’indagine condotta sugli ultranovantenni della Blue Zone sarda in Ogliastra. I centenari dell’area che dedicano oltre 11 ore settimanali a hobby stimolanti e interazioni sociali mostrano parametri di conservazione cognitiva significativamente più elevati rispetto a coetanei con abitudini sedentarie e passive. Come spiegato anche dagli esperti di nutrizione e stili di vita intervistati su Demografica, l’aspettativa di vita sana poggia anche sull’impiego delle nostre facoltà cerebrali e relazionali. 

L’evidenza scientifica rovescia quindi il senso comune: chi mantiene interessi vivi e capacità di divertirsi non è “privilegiato perché non dimostra la sua età”, ma invecchia a un ritmo più lentamente proprio perché continua a fornire al sistema nervoso ragioni “organiche” per non deperire. 

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Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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