Allattamento esclusivo, perché i primi sei mesi sono importanti (ma meno di 1 bambino su 4 riceve solo latte materno)

Quasi nove madri su dieci cominciano ad allattare, ma prima ancora di tornare a casa con il neonato, l’allattamento esclusivo riguarda meno della metà dei bambini. E a sei mesi la percentuale scende ulteriormente. Tra l’intenzione di allattare e la possibilità di continuare, qualcosa si perde lungo il percorso. Il problema, dunque, non è soltanto iniziare: è riuscire a proseguire. E non tutto dipende dalla volontà delle madri.

È quanto emerge da un’indagine internazionale presentata all’Istituto superiore di sanità, durante il tredicesimo incontro del BFHI Network, la rete che riunisce i coordinamenti nazionali della Baby-friendly Hospital Initiative, promossa da Organizzazione mondiale della sanità e Unicef. Alla rilevazione hanno partecipato 28 Paesi di Europa, Asia, Americhe e Oceania.

L’allattamento parte bene, ma quello esclusivo perde terreno già nei primi giorni di vita. L’87,8% delle madri avvia l’allattamento, mentre alla dimissione dall’ospedale soltanto il 49,1% dei neonati viene allattato esclusivamente al seno: il valore medio più basso registrato nei sedici anni di rilevazione della rete. A sei mesi la percentuale si ferma al 22,6%.

Per comprendere questi risultati occorre distinguere tra allattare e allattare in modo esclusivo. Secondo l’Oms, nei primi sei mesi di vita l’allattamento esclusivo prevede che il bambino riceva soltanto latte materno, anche estratto, senza altri alimenti o bevande, nemmeno acqua. Fanno eccezione soluzioni reidratanti e medicinali o integratori quando necessari. Dai sei mesi è raccomandata l’introduzione di alimenti complementari, proseguendo l’allattamento fino ai due anni e oltre, se madre e bambino lo desiderano.

Il latte materno fornisce i nutrienti necessari nei primi mesi di vita e contribuisce a proteggere il bambino dalle infezioni gastrointestinali e respiratorie. I benefici dell’allattamento per la salute di madri e bambini sono ampiamente documentati, ma tra le raccomandazioni sanitarie e la realtà quotidiana ci sono il parto, i primi giorni a casa, le eventuali difficoltà nell’attacco al seno, la disponibilità di assistenza e, più avanti, il ritorno al lavoro.

In Italia l’allattamento divide anche Nord e Sud

In Italia qualcosa sta migliorando, ma il luogo in cui nasce e cresce un bambino continua a fare la differenza. Secondo la Sorveglianza Bambine e Bambini 0-2 anni dell’Istituto superiore di sanità, il 48,2% dei bambini di 2-3 mesi viene allattato esclusivamente al seno. Tra i 4 e i 5 mesi la quota scende al 39,3%.

Rispetto alla rilevazione del 2022, quando nella fascia 4-5 mesi l’allattamento esclusivo riguardava il 30% dei bambini, il miglioramento è significativo: oltre nove punti percentuali in più. Il progresso, però, non è distribuito uniformemente. A 4-5 mesi, in Sicilia l’allattamento esclusivo riguarda il 23,6% dei bambini. Nella Provincia autonoma di Trento arriva al 58,1%. Quasi trentacinque punti percentuali di distanza all’interno dello stesso Paese.

Anche nella fascia 2-3 mesi le differenze sono marcate: si va dal 31,3% della Campania al 62% di Trento. Le statistiche mostrano un gradiente geografico che penalizza complessivamente il Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord. Non significa che le madri del Sud desiderino allattare meno o che quelle del Nord siano necessariamente più informate. La sorveglianza registra differenze nei comportamenti, ma queste percentuali non permettono, da sole, di individuarne le cause.

L’indagine italiana, condotta tra luglio 2025 e gennaio 2026 su 64.789 madri attraverso i centri vaccinali, mette in evidenza anche differenze legate alle caratteristiche familiari. Le donne con cittadinanza straniera, per esempio, presentano una prevalenza più alta di allattamento esclusivo a 4-5 mesi rispetto alle madri con cittadinanza italiana. È un elemento che impedisce di leggere il fenomeno soltanto attraverso la disponibilità economica o il livello di istruzione. Entrano in gioco abitudini culturali, organizzazione familiare, reti di sostegno e condizioni individuali, il cui peso richiede analisi specifiche.

Resta inoltre sostanzialmente stabile la quota di bambini che non hanno mai ricevuto latte materno: il 13,1% a livello nazionale, con un intervallo che va dal 7,2% delle Marche al 24,2% della Sicilia. Il quadro italiano, quindi, è fatto di progressi e divari che persistono. E pone una domanda concreta ai servizi sanitari: quanto conta l’assistenza ricevuta nei primi giorni e nei mesi successivi alla nascita?

Dalla sala parto alla vita quotidiana

Il primo contatto tra madre e neonato, l’aiuto a riconoscere un attacco efficace al seno, la gestione delle difficoltà iniziali e la possibilità di ricevere indicazioni coerenti sono alcuni degli elementi sui quali interviene la Baby-friendly Hospital Initiative. Il programma Oms-Unicef promuove pratiche assistenziali basate su criteri condivisi, tra cui il contatto pelle a pelle dopo la nascita, l’avvio precoce dell’allattamento, la formazione del personale e il sostegno alle madri nel periodo successivo al parto.

I dati del Bfhi Network indicano che negli ospedali riconosciuti Baby-friendly il contatto pelle a pelle immediato, l’avvio precoce e l’allattamento esclusivo alla dimissione risultano più frequenti rispetto alle medie nazionali, con differenze comprese tra 11 e 18 punti percentuali. Non è possibile attribuire automaticamente il vantaggio al programma: il confronto è descrittivo e gli ospedali possono differire per caratteristiche delle pazienti, organizzazione e altri fattori. Ma i risultati indicano una direzione concreta per migliorare l’assistenza.

Il problema è anche quanto siano diffuse queste pratiche. Nei 22 Paesi che hanno fornito i dati, le strutture per la nascita accreditate rappresentano in media circa un terzo dei punti nascita. Eppure, vi avviene il 41% dei parti. Complessivamente, nei Paesi partecipanti risultano 1.209 strutture riconosciute.

L’attenzione, tuttavia, si sta spostando progressivamente oltre l’ospedale. Perché il sostegno necessario nei primi giorni non sempre basta quando, dopo la dimissione, una madre deve affrontare dubbi, difficoltà pratiche e nuove esigenze familiari.

Sedici Paesi hanno già esteso l’approccio Baby-friendly ai servizi sanitari territoriali. Ma due su tre segnalano la necessità di maggiori risorse, indicazioni operative e strumenti per monitorare i risultati.

La continuità dell’assistenza diventa così decisiva: dai professionisti del punto nascita ai consultori, dai pediatri agli operatori presenti sul territorio. Informazioni incoerenti o difficoltà che non trovano risposta possono rendere più complicato proseguire l’allattamento, anche quando la madre desidera farlo.

E la questione esce rapidamente dall’ambito sanitario. Le necessità di una madre che allatta non scompaiono con il ritorno al lavoro o quando esce di casa. Servono tempi e ambienti compatibili con l’alimentazione del bambino, la possibilità di allattare o estrarre e conservare il latte, ma anche una maggiore condivisione delle responsabilità familiari. Il coinvolgimento dei padri nel sostegno all’allattamento può contribuire a ridurre il carico quotidiano delle madri, attraverso la cura del bambino, l’organizzazione domestica e il supporto emotivo.

Anche l’organizzazione del lavoro può favorire o ostacolare la continuità dell’allattamento. Congedi, flessibilità degli orari e strumenti di conciliazione non riguardano soltanto il periodo immediatamente successivo alla nascita, ma la possibilità di gestire concretamente le esigenze di cura. In Italia, le politiche aziendali a sostegno della genitorialità sono anche oggetto di nuovi sistemi di certificazione che valutano l’organizzazione del lavoro e l’accesso agli strumenti di conciliazione.

La novità del Piano nazionale: ogni Regione dovrà attivare un percorso Baby-friendly

In Italia la diffusione del modello Baby-friendly entra ora anche tra gli obiettivi della programmazione sanitaria. Il Piano nazionale della prevenzione 2026-2031, approvato con Intesa Stato-Regioni del 21 maggio 2026, introduce un programma dedicato alla salute nei primi mille giorni di vita, un periodo determinante per lo sviluppo fisico, cognitivo e relazionale dei bambini, che comprende la gravidanza e i primi due anni dopo la nascita.

Tra gli indicatori di attuazione del Programma predefinito 12 è previsto che entro il 2031 ogni Regione attivi almeno un percorso Baby-friendly, in ambito ospedaliero oppure nei servizi di comunità. La situazione di partenza è ancora circoscritta. Nel maggio 2026 in Italia risultavano riconosciuti dall’Unicef 36 ospedali, 12 comunità e quattro corsi di laurea Amici dell’allattamento.

Secondo Unicef Italia, nel 2025 circa 30mila bambini sono nati in territori serviti da ospedali riconosciuti, mentre quasi 20mila famiglie sono state raggiunte dalle Comunità Amiche. Ai programmi di formazione sono collegati circa 10mila operatori con competenze specifiche.

Esiste anche una rete di oltre 1.050 Baby Pit Stop, spazi dedicati all’allattamento e alla cura dei bambini fuori casa. Sono luoghi che rispondono a un’esigenza semplice, ma spesso sottovalutata: poter nutrire o accudire un neonato senza dover necessariamente interrompere le proprie attività o tornare a casa.

La sfida del nuovo Piano non riguarda soltanto il numero di strutture riconosciute. Una delle criticità rilevate dall’indagine internazionale è la preparazione del personale: appena il 22% dei Paesi partecipanti include stabilmente nella formazione iniziale delle professioni sanitarie i Dieci Passi Oms-Unicef, il Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno e i principi della Baby-friendly Hospital Initiative.

Anche la governance presenta lacune: soltanto nel 25% dei Paesi il programma è gestito direttamente dal governo. Per gli altri, la continuità delle iniziative può dipendere da organizzazioni e modelli di coordinamento differenti.

A rafforzare il lavoro sui servizi territoriali è dedicato anche il Task 6.5 della Joint Action europea PreventNCD, coordinato dall’Iss, che sviluppa strumenti formativi e operativi per estendere l’approccio Baby-friendly alle comunità.

Il programma riguarda anche le famiglie che non allattano. Le iniziative Unicef prevedono infatti cure, informazioni e sostegno adeguati alle madri che utilizzano modalità differenti di alimentazione del bambino, affinché la promozione dell’allattamento non si trasformi in un giudizio sulle scelte individuali o sulle condizioni di salute.

Entro il 2031, l’attuazione dei percorsi regionali permetterà di verificare dove l’assistenza Baby-friendly sarà stata effettivamente attivata. Per misurarne i risultati sulla salute dei bambini e sul sostegno alle famiglie serviranno però anche indicatori sulla continuità dell’allattamento dopo la dimissione, sulla qualità dell’assistenza e sulle differenze territoriali.

 

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Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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