Morto RJ Mitte a 34 anni, l’attore di Breaking Bad che difendeva salute e diritti delle persone con disabilità

RJ Mitte, l’attore che aveva interpretato Walter White Jr. nella serie tv Breaking Bad, è morto a 34 anni a Brownsville, in Texas. La notizia è stata annunciata dai suoi rappresentanti, che lo hanno ricordato come attore, filantropo e sostenitore dei diritti delle persone con disabilità. Un portavoce ha successivamente riferito che Mitte è morto suicida, mentre la polizia di Brownsville ha precisato che gli accertamenti ufficiali sulle cause e sulle modalità della morte sono ancora in corso.

Mitte viveva con una forma di paralisi cerebrale, diagnosticata quando aveva tre anni. La stessa condizione caratterizzava Walter Jr., anche se nella serie era rappresentata in forma più grave: il personaggio utilizzava le stampelle e aveva maggiori difficoltà nel parlare rispetto all’attore.

Quella parte gli aveva dato notorietà internazionale, ma anche la possibilità di portare sullo schermo una disabilità interpretata da chi ne aveva esperienza diretta. Fuori dal set, Mitte aveva utilizzato quella visibilità per contrastare gli stereotipi, chiedere maggiore rappresentazione e sostenere il diritto delle persone con disabilità a ricevere gli strumenti necessari per vivere, non soltanto per sopravvivere.

La paralisi cerebrale e le terapie

Con “paralisi cerebrale” non ci si riferisce a una singola malattia, ma a un gruppo di condizioni che interessano il movimento, l’equilibrio e la postura, provocate da uno sviluppo anomalo o da un danno del cervello durante la sua formazione. Non esiste una cura risolutiva, ma diagnosi precoce, riabilitazione e interventi adeguati possono migliorare autonomia e qualità della vita.

Nel caso di Mitte, la condizione interessava soprattutto il lato sinistro del corpo. Da bambino aveva seguito fisioterapia, terapia occupazionale e logopedia, utilizzando per anni tutori e apparecchi ortopedici. In seguito aveva spiegato di essere riuscito, attraverso quel lungo percorso, a gestire la propria forma di paralisi cerebrale senza dipendere stabilmente da ausili per camminare.

L’attore ci ha sempre tenuto a non raccontare quell’esperienza semplicemente come l’esempio di una grande forza di volontà individuale, sottolineando le difficoltà economiche vissute dalla famiglia: “Ti chiedi come ottenere l’assicurazione sanitaria e come pagare le spese mediche”, aveva spiegato nel 2014 parlando della propria infanzia.

È qui che la sua smette di essere (solo) una storia personale e diventa un riferimento per tutte le persone con disabilità. Quando l’accesso a specialisti, terapie, ausili e assistenza non è un episodio eccezionale, ma un’esigenza che accompagna tutta la vita, la condizione di salute rischia di diventare un fattore di profonda disuguaglianza, soprattutto in Paesi dove la sanità è prettamente privata, come gli Stati Uniti.

Disabilità, non malattia da cancellare

Mitte rifiutava anche l’idea che la disabilità dovesse essere raccontata soltanto come debolezza o condizione da eliminare. In un messaggio per l’Organizzazione internazionale del lavoro aveva invitato a considerarla un’occasione per comprendere diversità e capacità umane, invece di ridurla a qualcosa da “curare o aggiustare”.

Questo non significava negare la necessità delle terapie, ma distinguere la persona dalla diagnosi: assicurare cure, riabilitazione e sostegno senza trattare la disabilità come un difetto che esaurisce l’identità individuale.

La stessa prospettiva guidava il suo impegno pubblico. Mitte era ambasciatore di United Cerebral Palsy e Shriners Children’s, oltre che presidente della Mitte Foundation. Attraverso queste organizzazioni aveva sostenuto iniziative per le persone con disabilità, progetti comunitari e campagne contro il bullismo.

La salute è un diritto, da RJ Mitte a Bernie Sanders

La vicenda personale di RJ Mitte si inserisce nel dibattito sulla sanità americana rilanciato da Bernie Sanders, che ha elogiato la sanità pubblica italiana. Le difficoltà raccontate dall’attore mostrano concretamente cosa significhi avere una grave patologia negli Usa, come denunciato dal senatore dem due settimane fa.

Negli Stati Uniti il sistema sanitario è misto: molte persone ricevono un’assicurazione attraverso il lavoro, altre acquistano una polizza individuale, mentre Medicare e Medicaid garantiscono coperture pubbliche a platee determinate. Nonostante gli elevati costi, essere assicurati non elimina necessariamente le spese: possono restare a carico del paziente premi periodici, franchigie e quote fisse o percentuali sulle prestazioni.

Sanders e Rj Mitte condividevano le stesse critiche nei confronti della sanità americana. “La funzione di un sistema sanitario razionale e umano è garantire cure di qualità a tutti come diritto umano, non produrre ogni anno decine di miliardi di dollari per le compagnie assicurative e farmaceutiche”, ha ribadito più volte il senatore del Vermont. Il suo obiettivo politico è una copertura universale attraverso Medicare for All, con un sistema finanziato pubblicamente che separi il diritto alle cure dall’acquisto di una polizza e riduca i costi direttamente sostenuti dai pazienti.

Analogamente, il giovane attore ha affermato in varie interviste che: “Il trattamento e l’assistenza sanitaria dovrebbero mirare a curare le persone e migliorare la loro vita, piuttosto che essere focalizzati sul mero guadagno finanziario”.

Il costo continuo della disabilità

Per chi vive con una disabilità, il divario tra reddito e diritto alla salute assume un peso particolare. Le esigenze sanitarie possono comprendere percorsi riabilitativi prolungati, controlli specialistici, supporti tecnologici e adattamenti che non terminano dopo un ricovero. Mitte insisteva proprio sulla continuità della terapia. Secondo l’attore, il sistema sanitario non dovrebbe limitarsi all’intervento svolto in ospedale, ma fornire alle persone gli strumenti necessari per proseguire il proprio percorso anche a casa e sviluppare la maggiore autonomia possibile.

Salute e disabilità, infatti, non riguardano soltanto diagnosi e trattamenti, ma incidono sulla possibilità di studiare, lavorare, muoversi, vivere in autonomia e partecipare alla società.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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