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Più tasse, meno fiducia: la contraddizione del governo che prometteva la rivoluzione fiscale

Uno dei temi che sta diventando più delicati per il governo Meloni riguarda proprio quello che avrebbe dovuto rappresentare uno dei pilastri identitari della destra italiana: la riduzione delle tasse.

Per anni il centrodestra ha costruito il proprio consenso politico attorno a slogan come “meno Stato”, “meno pressione fiscale” e “più soldi nelle tasche degli italiani”. Eppure, secondo gli ultimi dati Istat e le analisi economiche pubblicate negli ultimi mesi, il peso complessivo delle imposte in Italia è aumentato fino ai livelli più alti degli ultimi undici anni.

Nel 2025 la pressione fiscale italiana avrebbe raggiunto il 43,1 per cento del Pil, superando persino le stime ufficiali del governo. Un dato che riporta il paese ai livelli dell’epoca post-Monti, simbolicamente uno dei periodi più contestati proprio dall’elettorato di destra.

Il paradosso politico è evidente: un governo eletto anche sulla promessa di alleggerire il peso fiscale si trova oggi accusato dalle opposizioni di aver aumentato la pressione tributaria più di molti esecutivi tecnici del passato.

Naturalmente il tema è più complesso della semplice propaganda. Il governo sostiene che l’aumento della pressione fiscale sia legato anche alla crescita dell’occupazione e all’emersione di nuovo gettito fiscale. Ma molti economisti fanno notare che, parallelamente, salari e potere d’acquisto non sono cresciuti allo stesso ritmo dell’inflazione e dei costi quotidiani.

Per il cittadino medio, però, il dibattito tecnico conta relativamente. Ciò che pesa realmente è la percezione concreta: più tasse indirette, più costi, più accise, più pressione contributiva e meno capacità di risparmio.

Ed è qui che nasce il problema politico più serio per Giorgia Meloni: il rischio di apparire sempre più distante dalla narrativa originaria del centrodestra italiano.

Anche le misure fiscali rivendicate dal governo — come alcuni tagli Irpef o gli interventi sul cuneo fiscale — vengono giudicate da parte delle opposizioni insufficienti o troppo limitate rispetto all’impatto reale del caro vita. Alcune analisi internazionali hanno evidenziato come i benefici economici percepiti dalla classe media siano stati spesso marginali rispetto all’aumento generale del costo della vita.

Nel frattempo cresce una sensazione diffusa: lo Stato continua a chiedere molto, ma restituisce poco in termini di servizi efficienti, infrastrutture moderne e crescita economica stabile.

La conseguenza è una crisi di fiducia che rischia di diventare strutturale. Perché quando un governo costruisce la propria identità politica sulla promessa di “meno tasse per tutti”, ogni aumento della pressione fiscale diventa non solo un problema economico, ma soprattutto un problema simbolico.

E nella politica contemporanea i simboli, spesso, pesano più dei numeri.

REDAZIONE

© Riproduzione riservata

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