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C’era una volta la Lega: dal 34 per cento alla crisi di identità

Promesse mancate, leadership contestata e consenso in caduta libera. Il partito che dominava il centrodestra oggi fatica a riconoscersi.

Sette anni possono sembrare pochi in politica. Eppure, guardando la parabola della Lega, sembrano appartenere a un’altra epoca.

Nel 2019 il partito guidato da Matteo Salvini era il protagonista assoluto della scena politica italiana. I sondaggi lo accreditavano oltre il 34%, le piazze erano gremite e il Carroccio appariva destinato a diventare la forza dominante del centrodestra per molti anni. Oggi quello scenario sembra lontanissimo.

La crisi della Lega non è arrivata all’improvviso. È stata il risultato di una lunga serie di scelte politiche che hanno progressivamente allontanato una parte consistente della sua base elettorale. Molti sostenitori che avevano creduto nel progetto si sono ritrovati a non riconoscere più il partito che avevano votato.

Dalle battaglie sull’immigrazione alle promesse sulla sicurezza, passando per le posizioni assunte durante la pandemia e le continue oscillazioni strategiche, numerosi elettori hanno maturato la sensazione che la Lega abbia progressivamente smarrito la propria identità.
Una percezione che si è trasformata in disaffezione e, in molti casi, in vero e proprio abbandono.

Nel frattempo il partito ha dovuto assistere alla crescita degli alleati. Fratelli d’Italia ha raccolto gran parte del consenso perso dal Carroccio, assumendo il ruolo di riferimento del centrodestra nazionale. Un sorpasso che pochi anni fa sarebbe apparso impensabile.

Anche sui territori il malessere è evidente. Amministratori locali, consiglieri comunali e dirigenti storici lamentano una progressiva perdita di peso politico e una difficoltà crescente nel trasmettere agli elettori una visione chiara del futuro. La Lega continua a mantenere una struttura importante e una presenza diffusa, ma appare sempre più come un partito in cerca di una nuova direzione.

In questo contesto emergono nuove realtà capaci di intercettare una parte del malcontento. Tra queste c’è anche l’area politica che si riconosce nel generale Roberto Vannacci, che continua ad attirare attenzione e simpatia tra alcuni elettori delusi dal Carroccio. Per ora si tratta di un fenomeno ancora in evoluzione, ma sufficiente a dimostrare come una parte della base storica leghista stia guardando altrove.

La questione centrale, tuttavia, non riguarda Vannacci o altri possibili protagonisti. Il vero tema è la gestione politica che ha portato un partito capace di sfiorare il 35% dei consensi a ritrovarsi oggi distante dai livelli che ne avevano fatto una delle principali forze politiche europee.

La sensazione diffusa tra molti osservatori è che la Lega non sia stata sconfitta dagli avversari. Piuttosto, abbia progressivamente consumato il proprio patrimonio politico attraverso errori strategici, divisioni interne e una crescente difficoltà nel mantenere il rapporto di fiducia costruito con milioni di elettori.

Per questo motivo la domanda che circola sempre più spesso negli ambienti del centrodestra non è tanto chi possa approfittare della crisi della Lega, ma se il partito riuscirà ancora a invertire la rotta prima che il declino diventi irreversibile. Per molti ex sostenitori, quel momento sarebbe già arrivato.

REDAZIONE

© Riproduzione riservata

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