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Sinner, sei storia: Jannik re di Roma e un azzurro vince Internazionali 50 anni dopo Panatta

(Adnkronos) –
Jannik Sinner ha vinto gli Internazionali d’Italia 2026. Oggi, domenica 17 maggio, il tennista azzurro ha battuto il norvegese Casper Ruud nella finale del Masters 1000 di Roma, imponendosi in due set con il punteggio di 6-4, 6-4. Cinquant’anni esatti dopo l’ultimo trionfo azzurro firmato Adriano Panatta nel 1976, un italiano torna così sul trono del torneo della Capitale, con Sinner che conquista il suo sesto Masters consecutivo, il quinto del 2026, e migliora anche il suo record di vittorie consecutive, salendo a 34. Con il trionfo di Roma Sinner allunga su Carlos Alcaraz nel ranking Atp, regalandosi la certezza di restare numero 1 del mondo anche oltre il prossimo Wimbledon e mettendo nel mirino il Roland Garros, ultimo torneo che gli manca per completare il Career Grand Slam. 

“Erano 50 anni che un italiano non vinceva gli Internazionali, è splendido che uno di noi abbia vinto qui. C’era tanta tensione, sono contento di come ho gestito il match”, ha detto Sinner subito dopo la partita, trattenendo l’emozione. 

 

Quanto possono essere lunghi cinquant’anni? Nel 1976, quando Adriano Panatta vinceva gli Internazionali d’Italia, Steve Jobs e Steve Wozniack avevano appena fondato la Apple. L’Italia aveva celebrato Tina Anselmi come prima ministra donna della sua storia repubblicana, mentre iniziava il processo alle Brigate Rosse e la tv scopriva Roberto Benigni. Al cinema usciva Taxi Driver e cominciava a circolare la musica dei neonati U2. Dallo spazio arrivavano le prime immagini di Marte e a Vancouver si preparavano le Olimpiadi estive, segnate dalla protesta dei Paesi africani contro l’apartheid sudafricana. 

Tutto questo, ma non solo questo, rende l’idea dell’impresa compiuta da Jannik Sinner, che è arrivato dove nessuno era riuscito per mezzo secolo. Dopo aver riportato l’Italia del tennis al trionfo in Coppa Davis, che mancava proprio dal 1976, un azzurro, sempre lo stesso azzurro, torna sul trono di Roma. È un appuntamento con la storia, l’ennesimo della carriera di un ragazzo che a soli 24 anni si può già considerare a pieno titolo uno degli sportivi italiani più grandi di sempre. Quell’Olimpo, Sinner l’ha raggiunto con sudore e fatica, in una climax ascendente e inarrestabile che ha il talento nelle sue fondamenta. 

La storia, oggi, si scrive in un Centrale sold out e una marea arancione che porta con sé un’edizione da record. Oltre 400mila persone che sono passate per il Foro per, almeno la maggior parte, sognare di essere parte di qualcosa di grande. Chi ha potuto assistere al numero 1 in azione e chi ha potuto sbriciare un allenamento. Chi ha imprecato sotto la pioggia per una partita sospesa e chi si è visto baciare dalla fortuna. Tutti, però, a modo loro, hanno partecipato a una festa iniziata ben prima di questo pomeriggio di sole. 

Il Centrale che accoglie Sinner, è già pronto. Il pubblico tira fuori il suo vestito migliore, davanti a un presidente della Repubblica che ancora una volta riconosce la funzione sociale di uno sport che per la prima volta in Italia, grazie a quel ragazzo con i capelli rossi, è capace di muovere le masse. Mattarella saluta e sorride, anche per lui questo è un pomeriggio di ‘ferie’. Al momento dell’inno, quando tutto il Centrale si alza in piedi, nell’aria c’è una frenesia tricolore, che esplode quando dal tunnel spunta il suo cappellino nero. Per mano tiene un bambino forse troppo piccolo per capire dov’è, ma che un giorno capirà. Davanti a lui però, Ruud non sembra tremare.  

Eppure il norvegese ha perso quattro scontri su quattro con Jannik e nell’ultimo, un anno fa proprio nei quarti di Roma, è stato spazzato via senza riuscire nemmeno a scendere in campo. A giudicare dai primi scambi però, il peso sulle spalle sembra portarlo tutto Sinner. L’azzurro non riesce a trovare la prima, e sbaglia troppo. Ruud, nel secondo gioco, si trova sulla racchetta due palle break e la trasforma senza nemmeno dover faticare grazie al dritto clamorosamente sbagliato da Jannik. Rispetto alle partite precedenti, dove l’azzurro era quasi sempre riuscito a strappare la battuta in apertura, il copione ora è capovolto. Il numero 1 come reagirà? Da numero 1, appunto. Break al game successivo e tutto da rifare per Ruud. 

Il norvegese però rimane sul pezzo. Tiene gli scambi da fondo e ‘ruba’ a Sinner il suo marchio di fabbrica, infilandolo con il rovescio lungolinea. Ruud è resiliente, si adattta a ogni colpo e prova a invertire l’inerzia degli scambi, come pochi erano riusciti finora a fare con l’azzurro. Per il Centrale è una sorpresa, per lo spettacolo una bella notizia. In una giornata del genere, in cui tutto sembra possibile, il pubblico gioca un ruolo fondamentale. Dalle tribune si alza un “olé olé olé Sinner, Sinner”, che è preludio perfetto a quello che viene dopo. Jannik si prende due palle break nel nono gioco e trasforma la seconda, poi alza il ‘suo’ pugnetto e si prende il primo set 6-4. 

La sensazione, al rientro in campo, è che il fuoco di Ruud si sia spento. Il norvegese ha speso tantissimo per provare a tenere testa al ‘martello’ altoatesino, forse tutto. Passa un game, e Sinner arriva a palla break, trasformandola con un gran rovescio lungolinea. Jannik si riappropria di quel colpo ‘rubato’ e mette in scena il ‘solito’ copione, licenziando chi aveva osato stravolgere la storia di queste due settimane. A un certo punto sbaglia una palla corta, e qualcuno urla: “Non la fa’ più”, con quell’umorismo un po’ caustico e tutto romano. Sinner però, come al solito, non ascolta nessuno e chiude il quarto game proprio così, con una corta velluta che si stampa sulla linea.  

Ruud abbassa lo sguardo e torna a fondo campo. Un po’ sconsolato, un po’ consapevole. Perché per lui, il resto del match, è una salita che si trasforma presto in discesa libera. Il norvegese in realtà ha l’occasione per rimettersi in corsa, con una palla break arrivata un po’ per caso nell’ottavo game, ma niente può mettersi tra Sinner e la storia. L’azzurro annulla tutto sudando quell’emozione fredda che ormai conosciamo bene. Perché, anche se a volte non sembra, è umano anche lui. E così quando chiude i giochi 6-4, e azzera il conto alla rovescia, torna a respirare anche lui. Alza le braccia come aveva fatto a Wimbledon, si prende il boato del suo pubblico, che da sempre ha creduto in lui. E ora che la corona è sua, sa bene che la pressione non lo abbandonerà mai. Ma oggi pesa un po’ di meno. Ora che la storia si è compiuta, e cinquant’anni non sembrano più così lunghi. (di Simone Cesarei) 

 

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