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“Il problema iraniano non è solo il nucleare”: l’avvertimento di Kallas a Tallinn

(Adnkronos) – Kaja Kallas è tornata a Tallinn nella veste di Alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera, ruolo che la obbliga a mediare tra ventisette governi, gestire crisi simultanee su più fronti e trattare con interlocutori che, come ha detto senza giri di parole, preferirebbero non avere a che fare con lei in quanto rappresentante dell’Ue. La sua conversazione con Edward Luce, editorialista e National Editor per gli Stati Uniti del Financial Times, nel corso della Lennart Meri Conference 2026, ha toccato Iran, Ucraina, rapporti transatlantici e sfida cinese. 

Il punto di partenza è la crisi iraniana. Trump è rientrato dal vertice con la Cina, Teheran ha rifiutato il quadro negoziale proposto dagli americani, e Israele preme per riprendere l’Operazione Epic Fury. Kallas ha delineato la posizione europea in tre fasi: cessazione delle ostilità, riapertura dello Stretto di Hormuz, poi i negoziati sui temi più difficili a partire dal nucleare. Ha però insistito su un punto che spesso viene trascurato nel dibattito pubblico occidentale: “Non dobbiamo tenere gli occhi fissi solo sul nucleare”, perché il programma missilistico iraniano, gli attacchi ibridi e il supporto militare a Mosca sono minacce altrettanto concrete per i Paesi vicini. 

Sul fronte economico, ha ricordato che la chiusura dello Stretto di Hormuz non è una questione bilaterale tra Washington e Teheran: il 54% dei fertilizzanti destinati al Sudan transita da quel corridoio. Un’interruzione prolungata si tradurrebbe a breve termine nella mancata semina, e in una carestia in Africa nell’arco di un anno. Quanto all’opzione militare, Kallas ha argomentato che colpire le infrastrutture civili iraniane non risolve il problema dello Stretto (che rimane il principale strumento di pressione nelle mani di Teheran) e rischia anzi di rendere più difficile qualsiasi soluzione diplomatica. 

Luce ha sollevato la questione dell’ostilità dell’amministrazione Trump verso l’Unione, esplicitata dal discorso di Vance a Monaco l’anno scorso: un’infilata di accuse contro l’Europa mentre Russia e Cina non venivano neanche menzionate. Kallas ha risposto con una domanda retorica: perché anche Pechino e Mosca mostrano la stessa ostilità verso le istituzioni europe? “Perché se restiamo uniti e operiamo insieme, siamo una potenza pari a loro. Invece, dal loro punto di vista, è molto più semplice trattare con Paesi molto più piccoli”. 

Il rischio concreto, secondo Kallas, è che alcuni Stati membri cedano alla logica bilaterale, accettando di fatto la tesi che i rapporti individuali con Washington valgano più della coesione europea. Ha citato Paul-Henri Spaak: “In Europa ci sono solo due tipi di Paesi: quelli piccoli e quelli che non si sono ancora resi conto di esserlo”. Una citazione che usa spesso, ha ammesso, e che si applica oggi anche al contesto globale. Ha anche segnalato un dato di opinione pubblica: a ottobre 2025 (prima delle minacce sulla Groenlandia e prima di molti altri episodi) solo il 14% degli europei considerava gli Stati Uniti un alleato, contro il 42% degli americani che consideravano l’Europa tale. “Anche nei paesi europei che storicamente sono più grati e più pro-americani, le cose stanno cambiando”. 

Sulla guerra in Ucraina, Kallas ha tracciato la posizione europea. La Russia, a suo giudizio, non è ancora arrivata al punto in cui sente la necessità reale di negoziare: ha puntato su Washington per ottenere quanto non ha conquistato sul campo, e fin qui la strategia non ha funzionato perché l’Ucraina ha retto. “Non possiamo essere noi a supplicare la Russia di parlarci”. 

Ha presentato due mesi fa, in sede di Consiglio Affari Esteri, una lista di concessioni che Mosca dovrebbe fare prima di qualsiasi accordo, tra cui elezioni libere in Russia. Ha riconosciuto che considera queste condizioni difficilmente realistiche nel breve termine, ma ha spiegato la logica: se una bozza di accordo impone obblighi all’Ucraina, deve imporli in modo speculare all’aggressore. 

Sulla posizione americana, Luce ha chiesto se la pressione su Kyiv ad abbandonare territori non ancora persi militarmente restasse il punto fermo di Washington. Kallas: “La posizione americana è stata molto chiara a tutti. E la pressione esercitata sull’Ucraina per cedere territori che non ha nemmeno perso militarmente è sotto gli occhi di tutti. Perché sia così è un’altra domanda, a cui non so rispondere”. 

L’ultimo tema è stato la sfida cinese, che Luce ha definito potenzialmente più rilevante di tutto il resto sul lungo periodo. Kallas ha concordato, ed è stata esplicita sull’insufficienza della risposta europea attuale. 

“Abbiamo una comprensione molto chiara della diagnosi, ma non c’è accordo sulla cura”, ha detto. La metafora che ha usato è quella medica: di fronte a una malattia seria si può aumentare la morfina – i sussidi pubblici per rendere le imprese europee competitive contro il dumping cinese – oppure avviare la chemioterapia, ovvero usare gli strumenti di difesa commerciale disponibili, con il rischio di ritorsioni. “Alcuni Paesi preferiscono ancora la strada che non fa male nell’immediato. Ma prima o poi anche i Paesi ricchi esauriranno i soldi dei contribuenti, e il problema strutturale resterà”. Ogni riferimento alla Germania è casuale? 

Ha citato anche il vertice Trump-Xi, riferendo le parole di un ministro degli Esteri asiatico: “Quando gli elefanti combattono, l’erba (tutti gli altri, ndr) viene calpestata. Ma è ancora peggio quando gli elefanti si amano”, perché in un mondo G2, il resto non conta. Per Kallas, la risposta è costruire una capacità europea autonoma in materia di difesa e di politica industriale. Il lavoro è in corso, ha detto, con dodici partenariati di sicurezza e difesa già attivi, l’ultimo con l’Australia. Ma i tempi restano incerti. (di Giorgio Rutelli) 

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