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Covid può lasciare il segno, riconosciuto ruolo in complicanze neurologiche e psicologiche

(Adnkronos) –
Per alcuni la vita non è stata più la stessa, dopo il Covid. Quando le nebbie della pandemia più complicata della storia moderna hanno cominciato a diradarsi, è diventato più chiaro che una sindrome post infezione si stava facendo strada: si stima che il Long Covid, condizione cronica che può manifestarsi anche mesi dopo la guarigione dal Covid-19, colpisca tra 80 e 400 milioni di persone a livello globale, con un’incidenza del 5-20% nella popolazione generale e fino al 50% tra i pazienti ospedalizzati dopo l’infezione acuta da Sars-CoV‑2, ricordano gli esperti. 

In una recente pubblicazione – nata da una collaborazione internazionale tra gli scienziati del Centro di ricerca coordinata Aldo Ravelli dell’università degli Studi di Milano e i ricercatori di altre università internazionali tra cui Yale University, University of California, University of London – si fa il punto sulle conoscenze raccolte finora e si riporta un consensus dei massimi esperti mondiali sui meccanismi patobiologici delle complicanze neurologiche e psicologiche del Covid-19 e del Long Covid sia negli adulti che nei bambini, illustrandone le prospettive terapeutiche attuali.  

L’articolo, pubblicato su ‘Nature Reviews Disease Primers’, punto di riferimento nella definizione dei criteri delle malattie, riconosce scientificamente il ruolo dell’infezione da Covid su diverse manifestazioni dell’attività del sistema nervoso (Neurocovid). La Statale di Milano ha partecipato a questo studio – grazie al riconoscimento del contributo significativo a livello internazionale sul tema – con Tommaso Bocci, docente di Neurologia, e Alberto Priori, direttore della Scuola di specializzazione in Neurologia dell’ateneo, coordinatore del Centro di ricerca coordinata (Crc) della Statale di Milano Aldo Ravelli e direttore Clinica neurologica nel Polo universitario San Paolo della Statale. 

Durante il Covid, l’ateneo milanese è stato il primo in Lombardia ad attivare linee di ricerca multidisciplinare che spaziavano dalla medicina clinica alla biologia molecolare, alla virologia e a molti altri settori scientifici, ricordano dalla Statale. Ad esempio, il gruppo del Dipartimento di Scienze della salute guidato da Priori fu il primo a identificare il virus nel sistema nervoso centrale e documentarne il traffico lungo il nervo vago che connette i polmoni al cervello, si legge in una nota. Nell’articolo vengono analizzati i sintomi più comuni del Neurocovid – tra cui ‘brain fog’ (nebbia mentale), deficit di memoria, affaticamento persistente, cefalea, disturbi del sonno, ansia, depressione e neuropatie – e le implicazioni sociali, conseguenza della significativa riduzione della qualità di vita e della capacità lavorativa, con impatti maggiori sulle donne, sui lavoratori più esposti e sui gruppi socio-economicamente vulnerabili. 

Attualmente la diagnosi del Neurocovid è essenzialmente clinica, spiegano gli esperti, mentre la gestione più efficace è multidisciplinare e mirata ai sintomi, poiché mancano biomarcatori affidabili e quindi terapie specifiche. Gli studiosi indicano 4 fronti prioritari per la ricerca e la cura: la standardizzazione delle definizioni e degli strumenti di valutazione; una maggiore comprensione dei meccanismi neurobiologici sottostanti i sintomi; l’avvio di trial clinici di qualità per terapie mirate; il rafforzamento delle strategie di prevenzione e presa in carico, riconoscendo il Neurocovid come una sfida sanitaria di lungo periodo e riducendo le disuguaglianze nell’accesso alle cure. 

“Questo articolo – rimarca Bocci – riconosce il ruolo dell’infezione su diverse manifestazioni dell’attività del sistema nervoso: da quelle psicologiche a quelle che interessano i nervi periferici fornendo uno strumento unico di riferimento a livello internazionale che sicuramente costituirà una guida operativa. Sottolineo anche l’importanza del Covid come lezione di come si debba sempre essere pronti a ritracciare le proprie idee ed approcci di ricerca biomedica in relazione alle esigenze della medicina clinica”. 

“Seppure, fortunatamente, il numero di pazienti affetti da complicanze neurologiche del Covid-19 si sia ridotto negli ultimi 2 anni – interviene Priori – gli effetti dell’infezione, e soprattutto della prima ondata, a lungo termine non sono noti e devono rimanere sotto attenta osservazione. Infatti, diverse evidenze scientifiche indicano che il Covid è la ‘tempesta perfetta’ per attivare quei meccanismi che portano alla neurodegenerazione e quindi a malattie ad essa correlate come quella di Parkinson o di Alzheimer. E’ quindi importante che i sistemi sanitari nazionali a livello mondiale mantengano attivi sistemi di monitoraggio neuroepidemiologico in tal senso e che i pazienti che hanno avuto il Covid, soprattutto nelle prime due ondate e con ospedalizzazione, si sottopongano a regolari controlli neurologici e segnalino al medico immediatamente la comparsa di rallentamento, tremore, perdita di memoria”.  

salute

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

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