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Sciatica, quando il nervo più lungo del corpo decide di farsi sentire (e come rimetterlo al suo posto). Il punto con gli specialisti

(Adnkronos) – C’è un dolore che accompagna tante persone e che difficilmente passa inosservato. Inizia dalla parte bassa della schiena, attraversa il gluteo e scende lungo la gamba seguendo una traiettoria precisa, quasi ostinata, anche fino ai piedi. A volte brucia, altre trafigge, altre ancora sembra una scarica elettrica. E’ quello che nel linguaggio comune viene indicato genericamente come sciatica. “La cosiddetta sciatica (più correttamente lombo-sciatalgia) è una delle condizioni più diffuse, e allo stesso tempo più fraintese, legate alla colonna vertebrale – esordisce Luca Proietti, professore associato di Ortopedia e Traumatologia dell’università Cattolica del Sacro Cuore e direttore della Uoc di Chirurgia vertebrale del Policlinico universitario A. Gemelli Irccs di Roma – Il primo equivoco da chiarire è proprio questo: la sciatica non è una malattia, ma un segnale. E’ il modo in cui il corpo ti avverte che qualcosa sta irritando o comprimendo il nervo sciatico, il più lungo del nostro corpo”. 

Che cos’è la sciatica. “Per comprendere davvero cosa sia la sciatica, bisogna immaginare questo nervo come una lunga autostrada biologica che parte dalla zona lombare, attraversa il bacino e scende lungo tutta la gamba fino al piede. Finché tutto funziona correttamente, il suo lavoro resta invisibile. Ma – spiegano gli specialisti del Gemelli – quando qualcosa interferisce (una compressione alla sua emergenza dalla colonna, un’infiammazione, una riduzione dello spazio a livello della colonna) il nervo ‘protesta’ e lo fa in modo molto evidente. Il dolore disegna il percorso delle fibre nervose con una precisione sorprendente, tanto che molti pazienti riescono a indicarne esattamente il tragitto”. 

“E’ proprio questa caratteristica a rendere la sciatica diversa dal comune mal di schiena. Spesso, infatti, il dolore più intenso non è localizzato a livello della schiena (in corrispondenza della colonna lombare), ma lungo la gamba. Può iniziare come un fastidio al gluteo e trasformarsi in una fitta che scende lungo la coscia, talvolta fino al polpaccio o al piede. A questo – descrivoo gli esperti – si possono associare formicolii, intorpidimento e, nei casi più significativi, una sensazione di debolezza che rende incerti anche i movimenti della gamba e rende difficile camminare, diminuendo l’autonomia di marcia”. Un altro elemento distintivo è che “il dolore tende a colpire un solo lato del corpo, quasi come se il sistema nervoso raccontasse la sua storia da una sola direzione. Ma anche in questo caso ci sono delle eccezioni e la ‘sciatica’ può essere anche bilaterale”. 

L’origine del problema. Ma se il dolore si manifesta nella gamba, il problema spesso nasce altrove. Nella maggior parte dei casi, infatti, la causa è nella colonna vertebrale. “Può essere legata al fatto che un disco intervertebrale protruda o si rompa (come nella cosiddetta ernia del disco) – illustra Proietti – andando a comprimere una radice nervosa; stessa cosa può accadere nelle spondilolistesi (instabilità vertebrali). In altri casi, è il progressivo restringimento del canale vertebrale, dovuto magari all’artrosi, a ridurre lo spazio disponibile per i nervi. Anche la scoliosi, provocando una deformità della colonna, può portare alla sciatica, con un’insorgenza lenta, nel corso di anni; più immediata è la sua comparsa invece in caso di fratture vertebrali, anche patologiche (legate a tumori). Esistono poi situazioni in cui il disturbo non origina dalla colonna, ma nasce da strutture muscolari, come nel caso del muscolo piriforme, oppure da abitudini quotidiane scorrette: posture mantenute troppo a lungo, movimenti ripetitivi, sforzi eseguiti in modo improprio”. 

Proprio per questa varietà di cause, la diagnosi non può essere affidata all’intuizione o alla ricerca su ‘Doctor Google’ o su ‘Doctor ChatGpt’. “Comprendere l’origine del dolore – precisa Proietti – richiede un percorso clinico accurato, che parte dall’ascolto e dall’osservazione. La visita specialistica consente di valutare come si distribuisce il dolore, come reagisce il corpo ai movimenti, quale sia lo stato della forza muscolare e dei riflessi. Gli esami strumentali, come la risonanza magnetica, rappresentano un supporto importante, ma non vanno effettuati immediatamente: sono da fare solo quando il quadro clinico lo richiede, per confermare e approfondire ciò che emerge dalla valutazione medica specialistica o da una semplice radiografia del rachide lombo-sacrale”. 

Parola d’ordine: muoversi. Uno degli aspetti più sorprendenti e quasi paradossali riguarda la cura della sciatica. “Quando il dolore è intenso – sottolinea Proietti – la reazione spontanea del paziente è quella di rimanere immobile, di mettersi completamente a riposo. Eppure, nella maggior parte dei casi, è proprio l’immobilità prolungata a peggiorare la situazione. La sciatica tende a migliorare più facilmente quando il corpo continua a muoversi, con gradualità e sotto controllo (magari di un bravo fisioterapista). Non si tratta di forzare, ma di evitare che la colonna diventi rigida e che la muscolatura perda forza ed elasticità. Ecco perché la fisioterapia gioca un ruolo centrale: attraverso esercizi mirati, aiuta a ristabilire equilibrio, mobilità e funzione. I farmaci possono essere utili per controllare il dolore e l’infiammazione nelle fasi acute, ma non rappresentano da soli la soluzione. Il recupero passa da un approccio più ampio, che include anche la correzione delle abitudini quotidiane: evitare movimenti bruschi, alternare le posizioni, non sovraccaricare la schiena con gesti scorretti”. 

La soluzione chirurgica è solo per i casi più gravi. Solo in una minoranza di casi si rende necessario ricorrere a trattamenti più invasivi. “Quando il dolore persiste nel tempo (oltre i 20-30 giorni di terapia conservativa) nonostante le terapie, o quando compaiono deficit neurologici come una perdita di forza della gamba segnalata anche all’elettromiografia (Emg), può essere indicato un intervento chirurgico. Le tecniche moderne, come la micro-discectomia mini-invasiva, consentono oggi di intervenire in modo mirato, con tempi di recupero rapidi e una riabilitazione precoce, che consente un rapido ritorno alla mobilità. L’intervento si effettua attraverso una piccola incisione; con l’aiuto di un microscopio chirurgico si individua poi il frammento espulso di disco che si rimuove per liberare la radice nervosa. Nei casi di instabilità vertebrale si ricorre invece ad interventi di stabilizzazione, mediante posizionamento di viti e barre in titanio (a volte è necessario anche sostituire un disco intervertebrale con un supporto in titanio); anche in questo caso gli interventi sono diventati meno invasivi e più accurati”. 

E ci sono anche situazioni più rare, ma gravi, nelle quali il corpo lancia segnali d’allarme importanti. “La comparsa di difficoltà nel controllo di vescica o intestino, una debolezza marcata della gamba o una perdita di sensibilità in aree specifiche richiedono una valutazione immediata da parte del chirurgo vertebrale, perché possono indicare una condizione neurologica, come la cosiddetta ‘sindrome della cauda’ che richiede un trattamento urgente”. 

L’importanza dell’approccio multidisciplinare. Per quanto di competenza super-specialistica, anche la gestione della sciatica richiede un approccio multidisciplinare che aiuta anche a contenere il rischio di complicanze. “Questo ricorda è stato anche l’oggetto di un recente congresso che abbiamo organizzato al Gemelli, ‘Le complicanze in chirurgia vertebrale’, che ha visto coinvolti neurologi e neurochirurghi, chirurghi vascolari, anestesisti, chirurghi addominali”. Il futuro della chirurgia vertebrale “passa inevitabilmente attraverso un approccio multidisciplinare – rimarca Giulio Maccauro, professore ordinario di Ortopedia all’università Cattolica del Sacro Cuore e direttore dell’Unità operativa complessa di Ortopedia e Traumatologia del Policlinico Gemelli – La collaborazione tra specialisti diversi consente oggi non solo di migliorare gli esiti clinici, ma anche di prevenire e gestire in modo più efficace le complicanze. E’ proprio con questo obiettivo che abbiamo promosso momenti di confronto e formazione dedicati, perché la crescita culturale e scientifica condivisa rappresenta uno degli strumenti più importanti per rendere le cure sempre più sicure, personalizzate e innovative”. 

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