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Mamme dopo i 35 anni con la Pma, studio apre nuove prospettive

(Adnkronos) – Nuove speranze per le aspiranti mamme. Uno studio pre-clinico apre nuovi scenari nella ricerca sull’infertilità legata all’età, suggerendo possibili sviluppi futuri per migliorare l’efficacia della fecondazione in vitro (Ivf) nelle donne over 35. La ricerca – che ha guadagnato le pagine del quotidiano britannico ‘The Times’ – è stata condotta dall’azienda biotech Ovo Labs (sedi in Uk a Londra e in Germania a Monaco) e si è concentrata su uno dei principali limiti della procreazione medicalmente assistita: il progressivo invecchiamento ovocitario, riconosciuto come la principale causa del calo dei tassi di successo della Ivf dopo i 35 anni. Nei test di laboratorio, condotti su oltre 100 ovociti umani donati da donne di età compresa fra 22 e 43 anni, è stato osservato un incremento della percentuale di ovociti cromosomicamente idonei dal 47% al 71%. Un successo ottenuto intervenendo su specifici meccanismi cellulari coinvolti nella corretta separazione dei cromosomi prima della fecondazione.  

“Se questi risultati venissero confermati da studi clinici, potrebbero rappresentare uno dei progressi più rilevanti nella Ivf degli ultimi decenni”, prospetta Antonio Pellicer, pioniere della medicina riproduttiva e fondatore di Ivi, Instituto Valenciano de Infertilidad.  

Con l’aumentare dell’età materna – ricorda il gruppo in una nota – la qualità degli ovociti tende a ridursi e aumenta il rischio di anomalie cromosomiche (aneuploidie), una delle principali cause di fallimento dei trattamenti di fecondazione in vitro e di abortività precoce. Il nuovo studio individua come fattore chiave l’indebolimento delle strutture cellulari responsabili della stabilità cromosomica durante la maturazione ovocitaria. L’approccio testato in laboratorio, denominato EmbryoProtect, agisce rafforzando una proteina naturalmente presente negli ovociti e coinvolta nel mantenimento dell’assetto cromosomico. Una metodica che non modifica il patrimonio genetico né arresta l’invecchiamento biologico – si precisa – ma mira a ridurre l’incidenza degli errori cromosomici intervenendo su specifici meccanismi cellulari. 

Il tema è particolarmente rilevante anche nel contesto italiano, osservano gli esperti Ivi. In un Paese in cui l’età media alla prima maternità ha raggiunto i 33,8 anni e il numero medio di figli per donna è pari a 1,18, tra i valori più bassi in Europa, sempre più donne si confrontano con le conseguenze biologiche del rinvio della genitorialità, spesso legato a fattori sociali, lavorativi ed economici. “Da decenni sappiamo che la riduzione della qualità ovocitaria è la principale causa di fallimento della fecondazione in vitro, soprattutto nelle donne sopra i 35 anni. Finora non abbiamo avuto strumenti per intervenire direttamente su questo aspetto”, ma i nuovi risultati potrebbero aprire a una svolta, commenta Pellicer, professore ordinario di Ostetricia e Ginecologia all’università di Valencia, in Spagna.  

La comunità scientifica invita però alla “massima cautela. I risultati sono ancora pre-clinici, non pubblicati su riviste scientifiche peer-reviewed, e dovranno essere validati attraverso studi clinici controllati per valutarne sicurezza, efficacia e reale applicabilità”. Ma “se confermati – conclude la nota Ivi – questi dati potrebbero contribuire ad ampliare le prospettive della medicina della riproduzione, alimentando il dibattito sul ruolo dell’innovazione scientifica nel superare, in modo etico e responsabile, i limiti biologici legati all’età materna”. 

salute

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

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