(Adnkronos) – L’integrazione di Borsa Italiana in Euronext ha spostato il baricentro strategico a Parigi, lasciando all’Italia un ruolo operativo ma non decisionale. Milano resta un nodo cruciale, ma le scelte chiave vengono prese altrove, con il rischio di una progressiva marginalizzazione. Le Pmi continuano a faticare nell’accesso ai mercati dei capitali, mentre i costi per gli operatori italiani restano elevati. Lo denuncia all’Adnkronos un operatore del settore che preferisce rimanere anonimo. “L’acquisizione di Borsa Italiana da parte di Euronext nel 2021 ha rappresentato un momento di svolta per la finanza europea”, premette l’operatore. Da allora, dice, “Milano è divenuta formalmente un nodo cruciale all’interno di un gruppo paneuropeo che gestisce sette mercati regolamentati. Eppure, sotto la superficie di questa narrazione positiva, emergono interrogativi legittimi: quanto spazio decisionale è rimasto in Italia? E l’ecosistema finanziario italiano sta davvero beneficiando di questa integrazione?”, si chiede. Va riconosciuto, prosegue, che non c’erano reali alternative altrettanto credibili sul piano industriale: “Altri potenziali acquirenti avrebbero potuto garantire meno efficienza, minor continuità o visioni più distanti dal mercato europeo. Euronext, in questo senso, ha rappresentato la scelta più logica e solida in un contesto complesso”. Il rafforzamento dell’occupazione è indubbio, sostiene l’operatore, “i dipendenti in Italia sono aumentati di quasi il 50%. Verona ospita uno dei poli tecnologici centrali per il gruppo, mentre Milano conserva il cuore del mercato obbligazionario europeo, grazie a Mts, e delle infrastrutture post-trade, grazie a Monte Titoli”. Ma c’è un ‘però’ che l’operatore spiega in una battuta: “Il baricentro del potere strategico è chiaramente spostato verso Parigi, sede della holding”.
In che modo? “In un contesto di competizione europea, Euronext ha permesso di rafforzare la resilienza infrastrutturale e tecnologica. Ha portato investimenti, ha stimolato l’efficienza operativa, e ha avvicinato le aziende italiane a una rete più vasta di investitori”, premette l’operatore. “Ma non ha ancora risolto uno dei problemi storici del nostro Paese: la difficoltà di accesso al mercato dei capitali da parte delle Pmi. Nonostante iniziative come Elite – sottolinea – non sono emersi programmi concreti per abbattere le barriere d’ingresso o stimolare la domanda verso le aziende non quotate”. La percezione di distanza, dice, “è amplificata dalla voce spesso flebile degli operatori italiani all’interno del gruppo. I costi per i broker italiani restano elevati, mentre la capacità di incidere sulle scelte strategiche è limitata. Questo porta alcuni a cercare sbocchi alternativi: MTF indipendenti, piattaforme specializzate o, sempre più spesso, marketplace esterni. Il monopolio non esiste più e non tornerà: la competizione tra piattaforme è ormai strutturale e permanente”.
I rischi? Il rischio, sottolinea, “è quello di una disconnessione tra i bisogni reali dell’ecosistema locale e la governance centralizzata di un grande gruppo. Nel piano strategico “Innovate for Growth 2027″, il ruolo dell’Italia è importante, ma marginale rispetto a linee di business più redditizie (azioni, derivati, dati, SaaS) e sedi più centrali nella catena decisionale. Ancora oggi, Euronext appare timida sul fronte dei digital asset, dove player come Nasdaq e Six sono già operativi con piattaforme dedicate”.
Il nodo dell’autonomia In questo scenario, afferma, “l’autonomia gestionale è una questione cruciale non tanto per ragioni nazionalistiche, quanto per una corretta rappresentanza degli interessi. Non serve creare una nuova “piazza” isolata, ma serve piuttosto ritrovare un modello di governance multilocale, dove i territori abbiano voce non solo operativa ma anche strategica.” Le fusioni tra marketplace non devono diventare gare di accentramento, sostiene, “ma opportunità per disegnare piattaforme agili, interconnesse, inclusive. Una nuova fase di sviluppo dovrebbe puntare a ridare centralità agli attori locali, valorizzandone la prossimità ai clienti, la capacità di innovare e la conoscenza delle specificità economiche dei territori”. La conclusione? “Ci troviamo a un bivio”, afferma. “Se vogliamo costruire un mercato europeo dei capitali davvero integrato, dobbiamo farlo partendo dalle esigenze reali di chi lo anima: imprenditori, investitori, intermediari. L’Italia, con le sue competenze e la sua struttura economica, può giocare un ruolo chiave. A patto che si scelga di ascoltarla”. (di Andrea Persili) —finanzawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
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