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Tirolo, bimbo di 3 anni torturato e lasciato morire di fame: per i genitori “era posseduto”

La stanza di Elias era buia, chiusa, un mondo a parte dove per mesi si è consumato un orrore invisibile. La vittima era un bambino di tre anni, torturato e lasciato morire di fame perché, secondo i genitori, era “posseduto da un demone”. Quando ha perso la vita, Elias pesava quattro chili, il peso di un neonato.

Lunedì 9 febbraio 2026, il Tribunale di Innsbruck ha condannato all’ergastolo i suoi genitori, una coppia di 27enni del distretto di Kufstein, in Tirolo. La sentenza ha chiuso il caso giudiziario, ma ha spalancato una finestra su un abisso sociale e psichiatrico che va oltre la cronaca nera: come è possibile che nel cuore dell’Europa civile un bambino venga lasciato morire di fame perché “impossessato”?

La tragedia di un bambino dimenticato

La morte di Elias risale al 19 maggio 2024. Quando i soccorsi arrivano, chiamati dal padre stesso ormai a cose fatte, trovano un corpo ridotto a pelle e ossa, disidratato, con il viso “di un uomo anziano”, come descritto dalla patologa forense in aula. Non c’erano malattie organiche a spiegare quel deperimento. C’era solo la fame, la sete e una violenza metodica.

I genitori hanno confessato. Hanno ammesso di aver legato il figlio, di averlo rinchiuso nudo al buio, imbavagliato, privato del cibo per settimane. E hanno documentato tutto. La polizia ha analizzato 125.000 messaggi scambiati tra i due, trovando foto, video e chat in cui non solo registravano le torture, ma ironizzavano sulle condizioni del bambino, incoraggiandosi a vicenda.

Nella sua delirante semplicità, il movente dichiarato è agghiacciante: i due credevano che il figlio fosse indemoniato, che un’entità maligna nel suo corpo fosse la causa delle loro difficoltà economiche e personali. Si erano rifugiati in un “mondo mistico parallelo”, ha spiegato l’accusa, per sfuggire alla frustrazione di una vita precaria.

Il silenzio della comunità

Eppure, questa coppia aveva altre tre figlie, di uno, tre e sei anni, tutte tenute in normali condizioni di salute. Elias era il capro espiatorio della coppia, l’oggetto su cui proiettare ogni fallimento. La psichiatra forense ha escluso la follia intesa come incapacità di intendere e volere: ha parlato di personalità “sadica” che sfogava la frustrazione finanziaria sul soggetto più debole. La madre sarà internata in una struttura psichiatrica, ma a suo carico è stata riconosciuta la piena responsabilità penale.

Questo atroce caso di cronaca nera solleva domande anche sul ruolo ricoperto dal tessuto sociale. Com’è possibile che nessuno si sia accorto di un bambino di tre anni che scompariva giorno dopo giorno? Un bambino che a quell’età dovrebbe essere monitorato dai pediatri, forse inserito in un asilo, quanto meno visto dai vicini una volta ogni tanto. Un bambino di quell’età vive costantemente con i propri genitori, nonni o con chiunque ne abbia la cura. Di certo, non può sparire dai radar per mesi.

Il caso di Elias ci costringe a guardare le crepe del nostro sistema di protezione dell’infanzia. Ci parla di una solitudine domestica che diventa prigione, di disagio economico che si trasforma in delirio, di individue sempre più iperconnessi ma incapaci di notare un’assenza così anomala. Non per scelta ma perché immersi in una società sempre più solipsistica.

I dati sul figlicidio in Italia

Il figlicidio, l’uccisione di un figlio da parte di un genitore, rappresenta uno dei crimini più difficili da comprendere per le scienze forensi.

Secondo il Primo Rapporto sugli omicidi in famiglia di Eures, solo nel 2018 in Italia 31 figli sono stati uccisi da un genitore, con un aumento del 47,6% rispetto ai 21 casi del 2017. In quell’anno gli autori sono risultati in 20 casi padri (64,5%) e in 11 casi madri (35,5%). La responsabilità materna è stata esclusiva nei 4 omicidi di figli sotto l’anno di età, mentre scende al 40% nella fascia 1‑5 anni (2 casi su 5), al 33,3% nella fascia 6‑13 anni (2 su 6), per poi attestarsi al 18,8% tra i figli con più di 13 anni (3 casi su 16), dove prevalgono nettamente i padri.

Su un orizzonte più lungo, il dossier Eures dedicato al figlicidio quantifica in 379 i figli uccisi da un genitore nel periodo 2000‑2014 e in 68 quelli uccisi nel triennio 2015‑2017 (18 nel 2015, 25 nel 2016, 25 nel 2017), per un totale di 447 figlicidi tra il 2000 e il 2017. Nello stesso dossier Eures segnala che, considerando l’intero fenomeno nel lungo periodo, circa sei figlicidi su dieci sono commessi dalla madre, con una prevalenza di vittime maschili sia tra le madri sia tra i padri autori del reato.

Per l’anno 2024, l’Istat riporta 21 omicidi di minorenni, di cui 13 bambini sotto i 14 anni (tasso di 0,19 per 100.000 abitanti), commessi quasi esclusivamente da genitori in conseguenza di stati depressivi o disfunzioni della personalità, con autori prevalentemente donne (10 su 13). Questi numeri confermano la tendenza al calo del fenomeno negli anni più recenti, ma sottolineano che il figlicidio resta un’emergenza sociale, con una concentrazione drammatica nella fascia 0-5 anni.

La psicologia criminale genitoriale

Gli studi più recenti, inoltre, sfatano un mito: solo un terzo dei casi di figlicidio è riconducibile a una patologia psichiatrica grave. Non esiste un nesso causale obbligato tra disturbo mentale e comportamento omicida verso i figli. Una ricerca italiana del 2004 condotta su 80 perizie dal 1967 al 2003 ha rilevato che nel 35% dei casi le madri avevano ricevuto cure psichiatriche o ospedalizzazioni per tentato suicidio o tentato omicidio del figlio nei mesi precedenti al delitto, ma senza essere state fermate.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2021 su sei database internazionali ha individuato un denominatore comune: esperienze infantili avverse e prolungate vissute da chi perpetrava l’omicidio. I genitori che uccidono i figli spesso provengono da famiglie con storia di violenza, abuso di sostanze, malattia mentale dei propri genitori e trascuratezza cronica. Uno studio finlandese conferma che i genitori figlicidi frequentemente sono cresciuti in case dove almeno un genitore aveva problemi di salute mentale, precedenti penali e dipendenze.

I principali fattori di rischio psicopatologici sono la depressione maggiore e il disturbo post-traumatico da stress. La prima rende i genitori nervosi, facilmente irritabili e più inclini all’aggressività fisica verso i figli. I disturbi di personalità del cluster B (borderline, narcisistico, antisociale) rappresentano un altro fattore di rischio significativo, soprattutto quando si associano ad abuso di sostanze e stress ambientale.

Nel caso dei padri, emerge spesso un movente legato alla gelosia verso i figli, unita a disturbi di personalità, abuso di alcol e uno storico di condotte violente. Solo nel 18% dei casi il padre viene giudicato incapace di intendere e volere. Per le madri, invece, il vissuto dominante è l’incapacità percepita di far fronte ai compiti materni, che non coincide necessariamente con un’incapacità oggettiva, ma produce confusione, abbassamento dell’autostima, amplificazione dei timori e ambivalenza verso il figlio.

Nel 60% dei casi, il figlicidio è seguito dal suicidio del genitore. La percentuale sale all’86% quando vengono uccisi più figli. Il messaggio della ricerca internazionale è chiaro: per evitare tragedie come quelle del piccolo Elias servono interventi precoci su persone che hanno vissuto esperienze infantili avverse, insieme a un supporto continuativo quando diventano genitori. Solo così si può spezzare la trasmissione intergenerazionale del trauma.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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