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Perché una generazione intera si riconosce nell’ironia sulla precarietà: cosa racconta Ugolize

Apri i social per staccare qualche minuto e ti compare una vignetta: colloquio di lavoro, promessa vaga, risposta implicita. Sorridi quasi automaticamente e vai avanti, ma poi ci torni sopra, perché quella scena non è solo una battuta: è qualcosa che hai già sentito, detto o evitato di dire. Non ti colpisce perché è brillante, ma perché è precisa.

È su questo meccanismo che si muove Ugolize, una delle community satiriche più seguite in Italia, fondata da Pietro Alcaro insieme a Samuele Rovituso e Mattia Marangon, una generazione cresciuta a cavallo tra Millennials e Gen Z. Nelle loro vignette intercettano con regolarità le stesse coordinate: lavoro che non decolla, aspettative che si ridimensionano, ansia che entra nel linguaggio quotidiano, relazioni che cambiano equilibrio. A raccontarlo a Demografica è Alcaro: dietro contenuti così immediati c’è un lavoro costruito nel tempo, ma soprattutto uno sguardo molto nitido su quello che oggi tiene insieme – e spesso blocca – chi sta entrando nella vita adulta e chi ci è già dentro da anni.

Tranquilli, è solo una fase (che dura un po’ più del previsto)

Quello che Ugolize intercetta con continuità non è una generazione, ma una condizione. Non riguarda solo chi si affaccia ora alla vita adulta, né esclusivamente chi da anni prova a trovare un equilibrio che continua a spostarsi in avanti. Riguarda un punto di attrito comune: percorsi che si allungano, aspettative che si ridimensionano, passaggi che restano sospesi più del previsto. «La cosa che accomuna tutte le generazioni è la voglia di sorridere», spiega Pietro Alcaro. Ma è proprio quel momento – quello in cui si cerca di staccare – che diventa lo spazio in cui queste condizioni emergono con più chiarezza.

Questa dinamica si inserisce in un contesto più ampio, in cui i tempi di accesso alla stabilità si allungano e i passaggi tradizionali perdono linearità. Secondo Istat, oltre due terzi dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori, una delle quote più alte in Europa. Le differenze tra percorsi e fasi della vita restano – nei tempi, nelle modalità, nelle priorità – ma si muovono dentro uno stesso perimetro. L’ingresso nel lavoro non coincide più con l’inizio della stabilità, e la fase che dovrebbe essere temporanea tende a prolungarsi. «I problemi del nostro Paese li conosciamo un po’ tutti: stipendi bassi, stage infiniti, sfruttamento», osserva Alcaro. Le vignette non aggiungono elementi nuovi, ma mettono in fila situazioni già note, rendendole immediatamente leggibili.

Ugolize aumento

Ugolize licenziato collega

Il riconoscimento passa da qui. Non da una costruzione teorica sulle generazioni, ma da una sequenza di episodi concreti. «Quello che facciamo è parodizzare queste situazioni per strappare una risata, ma anche per evidenziare delle problematiche evidenti», spiega. Il contenuto si chiude in pochi secondi, ma lascia emergere una struttura stabile: lavoro che non evolve, relazioni che restano ambigue, pressione costante a sostenere ritmi che non portano a un avanzamento reale.

Nel tempo cambia anche il modo in cui questi contenuti vengono letti. «Magari all’inizio la gente ci seguiva solo per ridere», racconta Alcaro. «Oggi molti ci seguono perché sappiamo sensibilizzare su temi importanti». Il formato resta lo stesso, ma la funzione si sposta: la vignetta continua a far sorridere, ma diventa anche un modo per riconoscere una condizione condivisa.

Lavorare sì, ma per cosa

Questa condizione si vede con più chiarezza nel lavoro. Non tanto nell’ingresso, quanto in quello che succede subito dopo: colloqui che promettono molto e definiscono poco, aumenti che restano impliciti, passaggi che non si concretizzano. Le vignette di Ugolize tornano spesso su queste situazioni perché sono le più riconoscibili e immediate.

«Parodizziamo situazioni che conosciamo tutti», spiega Pietro Alcaro. Il punto non è costruire una scena complessa, ma isolare un momento preciso: una richiesta, una risposta, uno scarto. È lì che si concentra tutto. Il resto è già noto a chi guarda, perché fa parte dell’esperienza quotidiana.

La contraddizione emerge proprio in questo passaggio. Si entra nel lavoro, ma non si avanza davvero. Si accumulano esperienze, ma non producono un cambiamento reale. Secondo Eurostat, l’Italia è tra i Paesi europei con la più alta incidenza di occupazione temporanea tra i giovani, un dato che contribuisce a rendere più incerto il passaggio verso una condizione stabile. Quello che dovrebbe essere un passaggio si trasforma in una permanenza, senza mai diventare una stabilità. Non è un blocco improvviso, ma qualcosa che si prolunga e si normalizza.

«La nostra vignetta non cambierà le cose», osserva Alcaro. «Però può aiutare a prendere coscienza del problema». Non c’è un intento correttivo, ma una funzione precisa: rendere visibile una dinamica che tende a confondersi proprio perché si ripete.

È anche per questo che queste scene funzionano su pubblici diversi. Non spiegano il lavoro, lo mostrano. Una situazione riconoscibile, una chiusura rapida, e una dinamica che resta anche dopo. La battuta finisce, il meccanismo no.

Ugolize il meglio del meglio

Ugolize ferie agosto

E quando non si riesce a stare al passo

A forza di ripetersi, quel meccanismo non resta confinato al lavoro. Si allarga. Le stesse dinamiche (attese, scarti, promesse che non si concretizzano) iniziano a entrare nel modo in cui si vivono le giornate, nel rapporto con gli altri, nella percezione di sé.

Negli ultimi anni questo passaggio è diventato più visibile anche nei contenuti. «Fino a 4-5 anni fa parlare di salute mentale sui social era un tabù», osserva Pietro Alcaro. Oggi è un tema molto più presente, soprattutto tra i più giovani. Secondo l’Istat, negli ultimi anni è aumentata la quota di giovani che dichiara livelli elevati di stress e disagio legati al futuro.

Le vignette si muovono anche su questo piano, ma con un’attenzione diversa rispetto al passato. «Se guardiamo a 5 o 10 anni fa, trattavamo questi temi con molta più freddezza, anche con black humor», spiega. «Oggi quel modo di fare non ci appartiene più». Il cambiamento riguarda soprattutto il linguaggio: meno distanza, più attenzione alle parole.

Non è un passaggio scontato. «Il confine è molto sottile», ammette, riferendosi al rischio di semplificare o ridicolizzare temi complessi. È un equilibrio che si costruisce anche attraverso gli errori e il confronto con il pubblico. «Nel tempo abbiamo capito qual è il modo giusto per trattarli».

In questo senso, l’ironia cambia funzione. Non serve solo a far sorridere, ma a rendere più accessibili temi che, fino a poco tempo fa, restavano fuori dal discorso pubblico. «Il nostro obiettivo è arrivare a una condizione in cui sia riconosciuto che l’ironia è uno strumento efficace per comunicare tematiche serie», spiega Alcaro. È anche su questo piano che si misura il cambiamento. «I contenuti che ci rendono più fieri sono quelli in cui riusciamo a trasmettere messaggi più importanti e sociali», racconta. «Per esempio, qualche settimana fa abbiamo fatto un contenuto sulla Giornata delle Donne che parodizzava i doppi standard tra uomo e donna su cui si basa la nostra società: è stato super apprezzato e ne siamo molto fieri».

Ugolize doppi standard sessuali

Doppi standard ugolize sessuali

Dietro la vignetta, cosa resta dentro (e cosa no)

Quell’equilibrio, tra leggerezza e contenuto, non si costruisce solo nelle parole. Si vede anche in come la vignetta prende forma. Il risultato è immediato, ma il processo che lo precede è più lento: confronto sulle idee, definizione dello script, costruzione della scena. «Molti non lo sanno, ma le nostre vignette non sono render 3D», spiega Pietro Alcaro. «Sono tutte foto reali». I personaggi, gli oggetti, gli ambienti vengono stampati in 3D, posizionati in piccoli set e fotografati. Ogni elemento esiste, anche se nella vignetta compare per pochi istanti. Nel tempo si è formato anche un archivio. «Abbiamo costruito un inventario abbastanza ampio di personaggi e oggetti», racconta. Questo permette di lavorare con anticipo e di intervenire rapidamente solo quando serve. L’immediatezza, in questo caso, è il risultato di una preparazione continua.

Questa costruzione deve però fare i conti con i limiti del formato. Sui social, lo spazio è ridotto: poche slide, tempi brevi, chiusure rapide. «Siamo costretti a stare dentro dei limiti», spiega Alcaro. È da lì che nasce la necessità di tagliare, semplificare, lasciare fuori tutto ciò che non è essenziale. Dai social alla carta stampata, il passo è breve. «Il libro è un po’ l’evoluzione del nostro formato», racconta. Senza i vincoli delle piattaforme, le vignette si trasformano in storie più lunghe, tra le dieci e le venti pagine, pensate per sviluppare situazioni che sui social restano necessariamente compresse. Non cambia però il modo di costruirle. Anche lì ogni scena viene realizzata fisicamente: personaggi e oggetti stampati, set preparati, fotografie scattate una per una. Cambia il tempo del racconto, non il processo che lo sostiene.

La selezione, però, resta centrale. Non riguarda solo come si realizza una scena, ma cosa viene scelto di raccontare. «La politica tendiamo a evitarla», spiega. Non per mancanza di interesse, ma perché il tipo di reazione cambia: il confronto si irrigidisce, i commenti si polarizzano e il contenuto perde la sua funzione. Restano invece le situazioni che permettono riconoscimento senza divisione. Non perché siano più semplici, ma perché lasciano spazio a una lettura condivisa. È lì che la vignetta continua a funzionare, anche quando cambia formato.

Ugolize verita sul campo

Ugolize pensione amore

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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