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Orietta Berti e l’eredità: “Pochi soldi ai figli, se no diventano bamboccioni”. Ma è davvero così?

Orietta Berti non ha dubbi: “I figli, quando hanno i soldi, diventano bamboccioni”. L’Usignolo di Cavriago, 83 anni appena compiuti, spiega come e soprattutto perché bisogna evitare che l’eredità diventi un vitalizio.
Ospite di Caterina Balivo a “La Volta Buona”, Orietta Berti dice che ai figli Omar e Otis (prossimo alle nozze) lascerà solo “le camicie da notte e i vestiti”.

Tra le sue parole un ragionamento semplice, ma non scontato: il compito dei genitori è quello di crescere i propri figli in salute e di farli diventare, negli anni, persone e cittadini responsabili, non quello di riempirli di soldi.

Un anno fa Bill Gates ha rimarcato la stessa filosofia annunciando che lascerà ai figli appena l’1% del suo patrimonio.

Bill Gates: “Ai miei figli solo l’1% di eredità. Non voglio che vengano oscurati dalla mia fortuna”

“I miei figli sono cresciuti con le nonne: ho i sensi di colpa”

“Io non ho tanto da lasciargli perché ho investito tanto su me stessa, mi produco da sola i video e i dischi. Faccio tutto con i miei soldi”, spiega Orietta Berti, che non vuole evitare ai figli la fatica (e la soddisfazione) di farcela da soli.

La sua vita privata non è priva di errori, nonostante una carriera leggendaria. Anzi, proprio il rapporto con il lavoro è il suo rimpianto più grande, come ammette durante l’intervista su Rai 1: “Ho tanti sensi di colpa se penso al passato perché i miei figli sono cresciuti con le nonne dal momento che io lavoravo sempre. Ho sbagliato, perché marito e figli devono essere la prima cosa nella vita. Poi viene il lavoro. Io ho fatto esattamente al contrario”.

Le sue parole riecheggiano un principio che i giovani, anche grazie all’esempio (buono o cattivo) degli adulti, hanno accolto da tempo: la tranquillità della vita privata è più importante dell’ascesa professionale.

Per approfondire: Che cosa è lo “stipendio emotivo”? Emergono nuovi dati sul rapporto tra Gen Z e lavoro

Oggi, ha un rapporto ottimo e affettuoso con i figli che sono il suo orgoglio. Il più piccolo dei due (Otis, 46 anni) si prepara al matrimonio. Un appuntamento al quale la cantante vorrebbe, ma non può, sottrarsi: “A me non piace andare ai matrimoni. Ma a quello di mio figlio ci devo andare per forza”, dice con la solarità che la contraddistingue.

L’Italia è un Paese di bamboccioni? Cosa dicono i dati

Ma, vip ed eccezioni a parte, quando i giovani italiani diventano indipendenti? Diverse ricerche tornano utili in tal senso e tutte hanno lo stesso nucleo: in Italia l’età adulta non coincide quasi mai con l’indipendenza economica.

Lo mostra bene un sondaggio Moneyfarm pubblicato dello scorso febbraio su un campione di italiani tra i 35 e i 55 anni. Il 72% dichiara di aver ricevuto almeno una volta un aiuto economico importante dalla famiglia d’origine; quasi la metà ha ricevuto supporto anche per spese mediche o sanitarie e tre su dieci hanno chiesto o ottenuto aiuto persino per bollette o spesa alimentare. Il valore medio degli aiuti supera i 19.800 euro, con un divario netto tra Centro-Nord e Centro-Sud.

L’eredità come stampella 

La parte più interessante dell’indagine non è solo quanto denaro circoli tra genitori e figli adulti, ma quanto questa circolazione sia percepita come normale. Solo il 25% degli intervistati dice di essersi sentito in imbarazzo nel chiedere supporto economico, soprattutto tra le donne, spesso costrette a lasciare il lavoro dopo la maternità e vittime del gender salary gap.

Eppure, la richiesta di aiuto resta diffusa, perché il lavoro povero, gli affitti, le spese impreviste e il costo della vita rendono fragile anche chi si considera formalmente autonomo.

In questo quadro, l’eredità non appare come un salto di qualità, ma come un altro pezzo della stessa catena. Il 41% degli intervistati si aspetta di riceverla e il 18% l’ha già ricevuta, soprattutto tra i 45 e i 55 anni. Ma solo il 7% pensa che cambierebbe davvero la propria vita; per il 36% sarebbe un miglioramento marginale e per il 44% non farebbe alcuna differenza concreta. Un italiano su otto teme persino che possa portare più problemi che benefici.

Il lavoro povero e la famiglia che assorbe tutto

Il sondaggio Moneyfarm aiuta a spiegare perché la parola della cantautrice suoni familiare a molti italiani. Chi entra nella vita adulta con un reddito insufficiente, o con un lavoro che non permette di mettere da parte nulla, continua a guardare alla famiglia come a una rete di sicurezza.

L’aiuto dei genitori copre casa, auto, matrimonio, ma anche uscite ordinarie. L’eredità non basta a ribaltare questo schema, perché arriva tardi e spesso senza la forza economica che un tempo si immaginava.

È qui che la battuta sui “bamboccioni” smette di essere una provocazione generazionale e diventa una fotografia sociale. In Italia, per molti adulti, la famiglia d’origine non è soltanto una storia affettiva: è un ammortizzatore sociale che sostituisce ciò che altrove fanno salari più robusti, servizi più accessibili e un mercato del lavoro meno fragile.

L’Italia dei bamboccioni e la riflessione di Orietta Berti 

La frase di Orietta Berti, allora, va letta con cautela. Non descrive solo una preziosa teoria educativa, ma un Paese in cui il sostegno familiare continua a sostituire pezzi di welfare, salario e risparmio.

Non far dormire i propri figli sugli allori dell’eredità è un modo per incentivare la loro dipendenza. Ma è anche la scelta di una donna che conosce il contesto italiano, dove l’indipendenza vera, se arriva, arriva troppo tardi.

Il punto è proprio questo: non tutti i figli diventano “bamboccioni” perché ricevono troppi soldi. Alcuni restano dipendenti perché il sistema li costringe a restarlo.

Berti racconta, inoltre, di aver investito quasi tutto nel proprio lavoro, producendo da sola video e dischi, e di non aver accumulato grandi ricchezze da trasferire. Il suo è un patrimonio soprattutto simbolico: una carriera lunga, una casa familiare, un guardaroba vastissimo, non una rendita capace di cambiare la vita di chi viene dopo.

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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