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mercoledì 25 Febbraio 2026
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Meta brevetta il “clone social” che posta anche dopo la morte

Continuare a postare anche da morti. Per chi soffre in maniera estrema di FOMO (Fear of Missing Out, paura di rimanere di essere tagliati fuori o di perdersi qualcosa), n nuovo brevetto di Meta potrebbe offrire una valida – e paradossale – soluzione. L’azienda di facebook e Instagram infatti ha messo a punto un’intelligenza artificiale (LLM, Large Language Model) in grado di postare al posto tuo, ed esattamente come faresti tu, anche dopo il tuo passaggio nell’aldilà.

Meta vuole resuscitare i morti?

Il brevetto è arrivato a fine dicembre e in generale simulerebbe l’attività di una persona sui social media nel caso in cui questa si allontani dalla piattaforma per molto tempo, e dunque anche se il distacco fosse definitivo. In sostanza, il bot è pensato per chi sui social ci lavora o vi mantiene comunque una forte presenza e magari vuole prendersi una pausa senza dilapidare il lavoro fatto fino a quel momento.

Il chatbot potrebbe generare contenuti, postare, commentare e interagire, ‘copiando’ lo stile e la personalità della persona che più o meno temporaneamente abbandona i social, e può simulare videochiamate o chiamate audio con i follower. Anche post-mortem, appunto. Il tutto, basandosi sullo storico delle conversazioni, messaggi vocali e post dell’utente.

“Il modello linguistico può essere utilizzato per simulare l’utente quando è assente dal sistema di social network, ad esempio quando si prende una lunga pausa o se è deceduto”, si legge nel brevetto. Il concetto di base è che se non posti più, l’esperienza utente dei tuoi follower ne risentirà, perché sentiranno la tua mancanza. A maggior ragione se l’assenza è irreversibile. “L’impatto sugli utenti è molto più grave e permanente se l’utente in questione è deceduto e non può più tornare sulla piattaforma di social network”, si legge ancora nel documento.

Meta ha già dichiarato a Business Insider di non avere attuali piani di sviluppo e di non avere intenzione di procedere su questa via, definendola un esempio teorico. Ma intanto ha comunque depositato il brevetto.

Già nel 2021 Microsoft aveva brevettato un chatbot simile, peraltro valido anche in caso di personaggi di fantasia o celebrità, senza dare seguito alla cosa, definita “inquietante”.

Non solo Meta: il mercato dei “deadbot”

Inquietante o meno, nel frattempo è nato un intero settore, spesso chiamato “grief tech (tecnologia del lutto)”: startup che offrono chatbot addestrati su messaggi, email, registrazioni vocali e fotografie dei defunti. Tra queste, servizi come You, Only Virtual. D’altronde, i social sono sempre più ‘cimiteri virtuali’: secondo l’Oxford Internet Institute, entro il 2070 i profili facebook appartenuti a persone scomparse potrebbero superare quelli degli utenti in vita.

Ma se l’intenzione di offrire supporto post-lutto può anche essere considerata buona, allo stesso tempo apre molte domande sull’eredità digitale e sul consenso, oltre che sul concetto di identità e di elaborazione della perdita. Alcuni analisti inoltre notano che la morte stessa viene trasformata in un “prodotto”, un’estensione della logica di mercato alla sfera più intima dell’essere umano.

Gli interrogativi sono tanti: chi controlla l’identità post-mortem? Qual è il confine tra memoria e simulazione? Che cosa accade al consenso quando la persona non può più revocarlo? Sociologi e studiosi del lutto ricordano inoltre che uno dei compiti psicologici fondamentali del dolore è accettare la perdita. Un avatar che “risponde” come il defunto rischia di confondere elaborazione e illusione. “Lasciate che i morti siano morti”, sintetizzano alcuni critici.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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