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Longevità e economia, come l’Italia può trasformare l’età in risorsa sociale

In un’Italia che invecchia a ritmi record, dove un quarto della popolazione ha già superato i 65 anni e la natalità è ai minimi storici (1,18 figli per donna), la longevità non può più essere gestita come un’emergenza, ma come una risorsa economica e sociale. È quanto è emerso nella cornice di Palazzo Wedekind, sede dell’Inps, dove si è tenuto oggi il convegno “Invecchiare bene in una società che cambia”, l’evento conclusivo dei primi tre anni del partenariato Age-It.

L’iniziativa ha riunito i massimi vertici delle istituzioni e della ricerca italiana per discutere le risposte alla transizione demografica. Tra i relatori sono intervenuti la viceministro del Lavoro Maria Teresa Bellucci, la presidente di Age-It Alessandra Petrucci, il presidente dell’Inps Gabriele Fava, il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli, il presidente del Cnr Andrea Lenzi, Mons. Vincenzo Paglia e l’onorevole Elena Bonetti. Il confronto ha messo in luce come la longevità non sia solo una sfida, ma una questione strutturale che riguarda la coesione sociale e la sostenibilità stessa del nostro Paese.

La ricerca conviene: benefici per 25 miliardi e rendimenti da record

Investire nello studio dell’invecchiamento garantisce un ritorno economico senza precedenti per le casse dello Stato. Un’analisi del rapporto costo-efficacia presentata dal professor Claudio Lucifora, ordinario di Economia Politica all’Università Cattolica del Sacro Cuore e membro del consiglio di amministrazione di Age-It, stima che i benefici sociali attesi nei prossimi vent’anni ammonteranno a circa 25 miliardi di euro. Il tasso di rendimento interno di questo investimento si attesta tra il 25% e il 35%, superando i normali benchmark degli investimenti pubblici.

Si tratta di una strategia vitale, considerando che, senza interventi, la contrazione della forza lavoro potrebbe ridurre la crescita del Pil dello 0,6% annuo entro il 2060. Per rendere permanente questo patrimonio di conoscenze, è stata annunciata la nascita di I3, l’Istituto Italiano sull’Invecchiamento, che raccoglierà l’eredità di Age-It.

L’esercizio fisico come farmaco: la rivoluzione della prescrizione medica

Dallo studio pilota condotto dall’Università Federico II di Napoli emerge che l’attività fisica prescritta dal medico e monitorata digitalmente può avere la stessa efficacia dei medicinali. Il programma Pap (Physical Activity on Prescription) ha coinvolto 61 pazienti ipertesi, dimostrando che tre mesi di esercizio strutturato riducono la pressione diastolica di 5 mmHg, un risultato paragonabile all’assunzione combinata di due farmaci antipertensivi. Grazie a un’app che funge da personal trainer digitale e dispositivi indossabili, il modello ha ottenuto un’aderenza del 55% tra i soggetti sedentari, offrendo al Servizio sanitario nazionale un nuovo strumento per la prevenzione delle malattie cardiorespiratorie.

Caregiver, il peso invisibile: le donne dedicano 17 anni della vita alla cura

Il sistema di assistenza italiano poggia su 13,5 milioni di caregiver, ma lo studio della professoressa Cecilia Tomassini, dell’Università del Molise, denuncia una profonda disparità di genere. Attraverso il nuovo indice Cile (Care Involvement Life Expectancy), è stato calcolato che una donna tra i 25 e i 29 anni trascorrerà circa il 30% della sua vita futura (16-17 anni) fornendo assistenza non retribuita, contro i 12-13 anni degli uomini. Questo modello di cura, definito “family-by-default”, mostra oggi tutti i suoi limiti, rendendo urgente un riconoscimento formale e un supporto strutturale per chi assiste i familiari fragili.

Ageismo nelle Pmi: il pregiudizio sull’età taglia l’11% della produttività

Un altro fronte della longevità riguarda l’età pensionabile, destinata a salire fino a 70 anni nel 2067 e che mostra un mondo delle imprese ancora impreparato. Una ricerca guidata dal professor Claudio Lucifora rivela che il 99% delle piccole e medie imprese italiane non investe in pratiche di Age Management. L’ageismo, ovvero il pregiudizio verso i lavoratori over 50 considerati meno produttivi o resilienti, causa una perdita di efficienza aziendale di quasi l’11%.

Al contrario, le aziende che adottano formazione mirata e tutoring intergenerazionale registrano performance economiche superiori e investimenti più solidi nel lungo periodo.

Il paradosso femminile: vite più lunghe ma più fragili e povere

Inoltre, in Italia si vive di più, ma non tutti invecchiano allo stesso modo. L’analisi coordinata dalla professoressa Agar Brugiavini, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, evidenzia come l’invecchiamento delle donne sia segnato da una “linea rossa” di vulnerabilità. Le carriere discontinue, dovute al lavoro di cura, portano a pensioni più basse e a un minor accumulo di risorse finanziarie.

Il risultato è un paradosso: le donne hanno un’aspettativa di vita maggiore, ma trascorrono più anni in condizioni di salute precarie o isolamento, con un elevato rischio di rinuncia alle cure in tarda età.

 Demenze, come prevenirle prima dei sintomi

Identificare il rischio di declino cognitivo, infine, prima che la malattia si manifesti è la nuova frontiera della medicina. Il professor Carlo Ferrarese, dell’Università Milano-Bicocca ha presentato i risultati dello studio IN-TeMPO, che coinvolge oltre 1.000 over 60 in tutta Italia. Attraverso l’analisi di biomarcatori plasmatici e l’uso della piattaforma digitale Lisa, i ricercatori possono oggi predire il rischio di demenza in soggetti asintomatici. Gli interventi, che uniscono nutrizione, esercizio e stimolazione cognitiva, hanno mostrato un’aderenza superiore all’80%, dimostrando che un modello scalabile di prevenzione è finalmente fattibile.

 Alzheimer e dna: scoperti i “colpevoli” della neurodegenerazione

Una scoperta fondamentale nel campo della biologia molecolare è stata presentata da Fabrizio d’Adda di Fagagna, del CNR-IFOM. Lo studio, pubblicato su The Embo Journal, identifica nei telomeri danneggiati una causa diretta della malattia di Alzheimer. Con l’invecchiamento, le regioni terminali dei cromosomi accumulano danni che attivano un segnale di allarme persistente, accelerando la degenerazione dei neuroni.

Questa ricerca apre la strada a strategie terapeutiche inedite che mirano a riparare o proteggere il Dna per rallentare la progressione della demenza, colpendo quello che gli esperti definiscono il “tallone d’Achille” delle nostre cellule.

Patto tra generazioni

La longevità, in altre parole, non deve essere una “partita a somma zero” in cui una generazione vince e l’altra perde. Il professor Vincenzo Galasso dell’Università Bocconi ha dimostrato che la percezione del conflitto tra giovani e anziani si riduce drasticamente quando vengono presentati dati oggettivi. Sebbene gli anziani siano economicamente più protetti, i giovani godono di reti sociali più forti ma soffrono di precarietà abitativa.

Lo studio ha provato che, una volta informati sull’effettiva distribuzione dei vantaggi, gli over 65 aumentano il loro sostegno a politiche per l’istruzione e il lavoro dei giovani, riconoscendo la necessità di un welfare equilibrato per tutti.

Cosa ci aspetta: verso un’Italia sostenibile e inclusiva

Il convegno di oggi segna l’inizio di una nuova fase per le politiche demografiche italiane. I risultati presentati dimostrano che l’invecchiamento può trasformarsi da onere a motore di sviluppo economico, a patto di adottare un approccio sistemico e multidisciplinare. Il futuro risiede nella capacità di integrare le scoperte biomediche sui telomeri con nuove strategie di age management nelle imprese e politiche di supporto ai caregiver.

L’eredità di Age-It confluirà nel nuovo Istituto I3, che avrà il compito di guidare questa transizione, garantendo che l’allungamento della vita si traduca in anni di benessere, equità intergenerazionale e competitività globale per l’intera nazione.

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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