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Fine del concepimento naturale? Ecco da quando saremo “biologicamente sterili”

Entro il 2300, senza l’aiuto della tecnologia, potremmo non essere più in grado di riprodurci. A lanciare l’allarme sono Maciej Henneberg, docente all’Università di Zurigo e Adelaide, e Frank Rühli, direttore dell’Istituto di Medicina Evoluzionistica di Zurigo, secondo i quali, di fronte alle culle vuote, la politica e l’economia cercano risposte in bonus bebè e asili nido, ma la scienza sta iniziando a guardare altrove: dentro il nostro Dna. A fotografare questo inquietante scenario futuro è una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Public Health Challenges che ha rilevato che l’umanità è caduta in una “trappola post-transizione”, un declino biologico della capacità riproduttiva che potrebbe rendere il concepimento naturale un ricordo del passato entro quindici generazioni.

La distinzione fondamentale: Fertilità vs Fecondità

Per capire la portata del problema, bisogna prima fare chiarezza su due termini che spesso usiamo come sinonimi, ma che per la scienza sono profondamente diversi.

  • La fertilità è il numero di figli che nascono effettivamente. È un dato che possiamo cambiare: se lo Stato aiuta le famiglie o se cambia la cultura sociale di un Paese, la fertilità può risalire.
  • La fecondità è invece la nostra potenzialità biologica. È la qualità dei nostri gameti, la capacità dell’utero di accogliere un embrione, la forza genetica della vita che nasce.

Lo studio avverte che, mentre siamo distratti dal calo della “fertilità” (le nascite che diminuiscono), stiamo ignorando il deterioramento della “fecondità” (la nostra macchina biologica). E se la fecondità biologica si azzera, non ci sarà incentivo economico capace di far nascere un bambino in modo naturale.

Il crollo della selezione naturale

Ma perché stiamo perdendo questa capacità? La risposta risiede in un paradosso: la medicina moderna ha salvato miliardi di vite, ma ha anche “disattivato” il motore dell’evoluzione. Per millenni, la selezione naturale ha agito come un rigoroso “custode” del nostro pool genetico. Funzionava in modo brutale ma efficace: chi era portatore di mutazioni genetiche dannose per la riproduzione spesso non arrivava all’età adulta o non riusciva ad avere figli. In questo modo, quelle mutazioni “difettose” venivano eliminate dal pool genetico della specie.

Oggi, fortunatamente, non viviamo più in quel mondo. Il miglioramento delle condizioni di salute e il progresso medico permettono a quasi tutti di sopravvivere e di cercare di diventare genitori. Tuttavia, questo “rilassamento” della selezione naturale significa che il “custode” è andato in pensione: le piccole mutazioni dannose che colpiscono la riproduzione non vengono più rimosse e iniziano ad accumularsi di generazione in generazione.

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Il paradosso delle tecnologie riproduttive

Un ruolo cruciale in questo processo è giocato dalle tecnologie di riproduzione assistita, come la fecondazione in vitro. Lo studio sottolinea un aspetto delicato: queste tecniche sono un successo umano straordinario perché permettono a coppie con bassa fecondità biologica di avere figli.

Tuttavia, dal punto di vista evolutivo, questo crea un circolo vizioso: i figli nati grazie a queste tecnologie possono ereditare la bassa fecondità dei genitori. Di conseguenza, la generazione successiva sarà ancora più dipendente dalla medicina per poter procreare. Gli scienziati stimano che ogni nuova vita porti con sé circa 100 nuove mutazioni; senza il “filtro” della selezione, lo 0,1% di queste colpisce direttamente la nostra integrità riproduttiva, accumulandosi nel tempo.

I numeri del declino: verso il 2300

I dati storici e le proiezioni matematiche fornite da Henneberg e Rühli mostrano una progressione rapidissima. Durante l’epoca preindustriale, l’infertilità biologica era rara e riguardava solo il 5% delle coppie. Oggi, in appena otto generazioni, la percentuale è già raddoppiata, superando il 10-15%. Nel prossimo secolo (2100-2140) si prevede che il 35% delle coppie sarà biologicamente incapace di concepire naturalmente. L’anno 2300, secondo il modello matematico dei ricercatori, l’infecondità colpirà il 100% della popolazione. In meno di 300 anni, la riproduzione umana potrebbe diventare un processo esclusivamente tecnologico e artificiale.

Non solo biologia: un’economia sull’orlo del baratro

Questo declino biologico ha un impatto immediato sulla struttura della nostra società. Meno nascite significano una popolazione che invecchia, portando al collasso del cosiddetto “rapporto di dipendenza”. Le proiezioni per l’Europa e il Nord America sono drastiche: entro il 2075, ogni persona in età lavorativa dovrà sostenere economicamente un anziano. È un carico che gli esperti definiscono “insostenibile” e che distruggerà le fondamenta dei sistemi di welfare e delle economie moderne.

Gli autori concludono paragonando questa crisi al cambiamento climatico. Entrambi sono processi lenti, quasi invisibili nel quotidiano, che però portano a una catastrofe globale. Proprio come per il clima, continuiamo le nostre attività ignorando il problema, ma la “trappola post-transizione” è già scattata. La sfida del futuro non sarà solo trovare i soldi per fare figli, ma capire come proteggere la nostra capacità biologica di crearli, prima che l’eredità genetica dell’umanità sia irrimediabilmente compromessa.

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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