Il momento giusto, il partner giusto… e intanto passano sette anni: il primo figlio arriva a 33

Non sentirsi ancora pronte, non avere incontrato la persona giusta. A frenare il progetto di maternità delle italiane non sono sempre i problemi economici. Tra le donne senza figli, la sensazione di essere troppo giovani e la mancanza di un partner adeguato vengono citate più spesso dell’insicurezza finanziaria e lavorativa. Ma mentre si aspetta che arrivi il momento giusto, il tempo passa anche per la fertilità. E quando le condizioni per avere un bambino finalmente ci sono, riuscire a concepirlo può diventare più difficile.

A misurare la distanza tra desideri e realtà è l’IVI Institute Fertility Barometer, l’indagine condotta da GfK, società del gruppo NielsenIQ, su 24.074 donne tra i 19 e i 49 anni in nove Paesi, di cui 4.000 in Italia. Secondo il rapporto IVI 2026, tra le italiane per cui è possibile confrontare l’età desiderata con quella effettiva alla nascita del primo figlio, quasi una su due (46%) è diventata madre più tardi di quanto avrebbe voluto.

Quanto più tardi? In media sette anni. Avrebbero desiderato il primo figlio a 26 anni, ma lo hanno avuto a 33. È il divario più ampio tra i nove Paesi esaminati: in Spagna, dove il 47% delle intervistate riferisce di aver posticipato la maternità rispetto ai propri desideri, il ritardo medio è di sei anni. In Francia è di cinque.

L’attesa, però, può avere conseguenze anche dopo la nascita del primo bambino. Le madri italiane intervistate desideravano in media 2,4 figli, ma ne hanno avuti 1,7. E per chi incontra difficoltà di concepimento si apre un percorso nel quale ai limiti biologici possono aggiungersi costi elevati, stress emotivo e incertezza sui risultati delle cure. Il rischio è che, quando finalmente tutte le condizioni sembrano esserci, sia diventato più difficile realizzare la famiglia immaginata.

Il partner giusto, il momento giusto… e gli anni che passano

Il 43% delle madri italiane indica la maturità personale tra le condizioni che hanno influito sulla scelta di avere un figlio. È la percentuale più alta tra i nove Paesi esaminati dal Barometro: in Spagna si ferma al 33%, in Francia al 34%, negli Stati Uniti al 28%. Quasi altrettanto importante è la presenza del partner giusto, citata dal 41%, mentre il 32% richiama la disponibilità di tempo ed energia.

La maternità, insomma, sembra richiedere una combinazione di condizioni che non è facile mettere insieme. La stabilità economica conta, ma altrettanto importante è sentirsi pronti ad affrontare una responsabilità destinata a cambiare profondamente la propria vita. E soprattutto trovare qualcuno che voglia farlo nello stesso momento.

Le difficoltà cominciano spesso molto prima della decisione di avere un bambino. Un’altra indagine sulle aspirazioni matrimoniali e familiari dei giovani italiani mostra che il 76,9% degli adolescenti vorrebbe sposarsi entro i trent’anni. Tra le ragazze la percentuale sale all’80,7%. Eppure, nel 2023 l’età media al primo matrimonio era di 32,7 anni per le donne e 34,7 per gli uomini. Naturalmente matrimonio e maternità non coincidono, né il primo è una condizione necessaria per la seconda. Ma il confronto mostra come anche la formazione delle coppie possa seguire tempi molto diversi da quelli immaginati in gioventù.

Il Barometro riserva poi un’altra curiosità. Tra le italiane già madri o in gravidanza, appena il 10% indica la disponibilità di una casa adeguata tra i fattori che hanno influito sul momento della maternità. In Spagna la percentuale è del 32%, nel Regno Unito del 34%. Difficile pensare che in Italia la questione abitativa sia meno rilevante. Piuttosto, il dato mostra che le condizioni considerate decisive possono cambiare molto a seconda del Paese e del gruppo osservato.

C’è infine una distinzione tra desiderare un figlio e considerarlo una priorità. Il 74% delle italiane coinvolte nell’indagine è già madre o vorrebbe avere figli, ma la maternità rappresenta una priorità per il 65%. Nel campione internazionale le percentuali salgono rispettivamente all’82% e al 73%.

Le scelte personali sono differenti, così come le condizioni nelle quali maturano. Ma quando si desiderano più figli, il momento in cui nasce il primo può incidere sulle possibilità di avere gli altri.

Il primo figlio a 33 anni. E il secondo?

Avere il primo figlio più tardi del previsto può significare dover decidere in fretta se averne un altro. Ma dopo la nascita del primo bambino entrano in gioco ostacoli che prima erano difficili da immaginare: la fatica quotidiana, il tempo sottratto alla coppia, le responsabilità familiari e le possibili conseguenze sul lavoro.

A offrire qualche elemento in più è un’indagine condotta da Me First con LabCom, che ha approfondito le ragioni per cui molte coppie esitano ad avere un secondo figlio. Il 61% delle madri intervistate descrive la difficoltà di conciliare continuamente impegni lavorativi e responsabilità domestiche, mentre il 58% dei padri teme che un altro bambino possa ridurre ulteriormente il tempo e la libertà personale.

La questione, quindi, non è soltanto quanti anni rimangano per avere un altro figlio, ma quante energie, risorse e possibilità concrete restino dopo il primo. E il peso di questa scelta non sembra distribuirsi allo stesso modo tra uomini e donne.

Secondo il dossier ‘Volere o Potere’, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con l’Istat, il 49,9% delle donne teme ripercussioni sulla carriera dopo la nascita di un figlio. Tra gli uomini la percentuale scende al 24%. Quasi la metà delle donne, dunque, considera la maternità anche un possibile rischio professionale. Il divario tra intenzioni e realtà emerge dallo stesso dossier: tra le donne che nel 2016 erano certe di voler avere un figlio entro i tre anni successivi, soltanto il 42,8% aveva realizzato quel progetto entro il 2023.

Nel frattempo, l’età continua ad avanzare. Secondo Eurostat, nel 2024 le italiane sono diventate madri per la prima volta a 31,9 anni, contro i 29,9 della media europea. Nel 1995, secondo l’Istat, l’età media italiana era di 28,1 anni.

A rendere il calendario ancora più stretto interviene la biologia. “Una cassaforte per gli ovociti, una fabbrica per gli spermatozoi”: Laura Rienzi, embriologa clinica e direttrice scientifica di IVI Institute in Italia, utilizza queste immagini per spiegare perché il tempo non pesa allo stesso modo sulla fertilità femminile e maschile.

Le donne nascono con una riserva di ovociti destinata a diminuire progressivamente, in quantità e qualità. Gli uomini continuano a produrre spermatozoi dalla pubertà, anche se l’invecchiamento può comprometterne la qualità. La fertilità femminile diminuisce gradualmente con l’età, con un calo generalmente più marcato dopo i 35 anni.

Non significa che diventare madri dopo i trent’anni impedisca di allargare la famiglia. Ma per chi desidera più figli, il rinvio della prima gravidanza lascia meno tempo per le successive e per affrontare eventuali difficoltà di concepimento.

Quando finalmente è il momento, ma la gravidanza non arriva

Per alcune donne, dopo anni trascorsi ad aspettare le condizioni giuste per diventare madri, comincia un’altra attesa. Quella di una gravidanza che non arriva. E il percorso può trasformarsi in una successione di visite, esami, terapie e tentativi dall’esito incerto.

Secondo il Barometro IVI, circa una donna italiana su sei tra i 19 e i 49 anni ha sperimentato infertilità nel corso della vita. Il 4,5% dichiara di viverla attualmente. Le proiezioni elaborate secondo i criteri dell’indagine corrispondono rispettivamente a circa 1,7 milioni e 460mila donne.

Non sempre, peraltro, l’infertilità si manifesta quando si cerca il primo bambino. Può comparire anche dopo una gravidanza precedente: è la cosiddetta infertilità secondaria. Le cause possono essere femminili, maschili, combinate o rimanere sconosciute. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa una persona su sei nel mondo sperimenta infertilità almeno una volta nella vita riproduttiva.

La medicina offre diverse possibilità di trattamento, ma poterle utilizzare è un’altra questione. Il costo è l’ostacolo più citato dalle donne che hanno sperimentato infertilità: lo indica il 43%. Seguono lo stress emotivo (37%), l’incertezza sui risultati (31%) e le liste d’attesa (30%). Il 26% segnala la mancanza di copertura assicurativa, il 21% la difficoltà di trovare informazioni chiare.

In Italia, l’accesso alla procreazione medicalmente assistita attraverso il Servizio sanitario nazionale ha conosciuto un cambiamento importante con l’entrata in vigore, il 30 dicembre 2024, del nuovo nomenclatore delle prestazioni specialistiche previsto dai Livelli essenziali di assistenza. Ma l’inclusione della PMA nei Lea non significa che tutti i trattamenti siano gratuiti o immediatamente disponibili: restano requisiti di accesso, eventuali ticket e differenze organizzative tra territori.

Quanto ai risultati, il Barometro rileva che, tra le donne con un’esperienza pregressa di infertilità, escluse quelle che la vivono attualmente, oltre il 77% si è rivolto a un medico e il 14% ha intrapreso un percorso di fecondazione in vitro. Tra queste ultime, il 73% riferisce di aver avuto un bambino dopo uno o più trattamenti. Non è un tasso di successo valido per chiunque inizi una fecondazione assistita: le probabilità cambiano in base all’età, alla diagnosi, alla tecnica utilizzata e al numero di tentativi.

Ma c’è un costo che non compare nei preventivi delle cliniche. Il 69% delle donne che hanno sperimentato infertilità assegna alle conseguenze negative sulla propria vita un punteggio di almeno 7 su 10. Un impatto che può coinvolgere il benessere psicologico, le relazioni e la quotidianità, mentre ogni tentativo porta con sé nuove aspettative e la possibilità di una delusione.

Il sostegno emotivo, però, non è scontato. Tra le donne che si sono rivolte a uno specialista e hanno ricevuto un trattamento, soltanto il 53% riferisce che la clinica abbia offerto un supporto psicologico.

Nelle prime linee guida globali sull’infertilità, pubblicate nel novembre 2025, l’Oms raccomanda di integrare l’assistenza clinica con il sostegno psicosociale e di migliorare l’accessibilità economica dei trattamenti.

Le indicazioni riguardano anche ciò che accade molto prima di entrare in un centro per la fertilità. L’Oms raccomanda infatti di diffondere informazioni affidabili sulla salute riproduttiva, sull’età e sui fattori che possono ostacolare il concepimento già nelle scuole e nell’assistenza sanitaria di base, quando la maternità è ancora una possibilità da valutare e non un percorso medico da affrontare.

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Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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