(Adnkronos) –
Nel mondo circa 287 milioni di persone convivono con un’epatite virale cronica, ma una quota rilevante delle infezioni resta ancora oggi senza diagnosi. “Rimane una delle malattie infettive più letali al mondo, con circa 1,3 milioni di decessi stimati nel 2024 e un tasso di mortalità in continua crescita”. Sul totale decessi, “circa l’85% è stato correlato all’epatie B” e “dal 2015 le morti associate” a questa infezione “sono aumentate del 17% a causa dei limiti nella diagnosi e nel trattamento. Questo è inaccettabile”, è il monito dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), in un focus online nella Giornata mondiale dell’epatite che si celebra oggi, 28 luglio, e in un nuovo rapporto che valuta i progressi compiuti nell’attuazione delle Strategie globali per il settore sanitario in materia di Hiv, epatite virale e infezioni sessualmente trasmissibili (Ist) per il periodo 2022-2030, diffuso in occasione della 26esima Conferenza internazionale sull’Aids in corso in Brasile, a Rio de Janeiro.
Amcli Ets – Associazione microbiologi clinici italiani richiama l’attenzione sul ‘sommerso’ delle epatiti virali croniche, uno dei principali ostacoli al raggiungimento dell’obiettivo indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità di ridurre entro il 2030 del 90% le nuove infezioni e del 65% la mortalità correlata, attraverso un accesso equo e universale alla prevenzione, allo screening e alle terapie efficaci. La data della Giornata mondiale istituita dall’Oms è in concomitanza con l’anniversario della nascita di Baruch Blumberg (1925-2011), premio Nobel per la Medicina nel 1976 per la scoperta del virus dell’epatite B e per lo sviluppo del primo vaccino.
Oggi sono noti 5 virus epatotropi – virus delle epatiti A (Hav), B (Hbv), C (Hcv), D (Hdv) ed E (Hev) – responsabili di infezioni del fegato associate a un rilevante carico di morbilità e mortalità a livello globale, ricorda l’Amcli in una nota. L’Hav, pur non evolvendo verso forme croniche, è responsabile di infezioni acute che si verificano sia nei Paesi con scarse condizioni igienico-sanitarie sia attraverso focolai epidemici nei Paesi ad alto reddito. Nonostante la disponibilità di un vaccino efficace, l’Oms stima che nel 2023 Hav abbia causato circa 35.600 decessi nel mondo. Anche l’infezione da Hev rappresenta una causa rilevante di epatite acuta a livello globale e nei Paesi industrializzati è considerata una zoonosi emergente, spesso associata al consumo di carne suina o di selvaggina cruda o insufficientemente cotta. L’infezione, generalmente autolimitante, può determinare forme severe nelle donne in gravidanza e nei soggetti immunocompromessi, nei quali il virus può andare incontro a cronicizzazione.
“L’impatto delle epatiti virali croniche è probabilmente ancora sottostimato, perché una quota rilevante delle persone infette rimane non diagnosticata nonostante la disponibilità di strumenti efficaci per individuare l’infezione – afferma Valentina Svicher, professore ordinario di Microbiologia e microbiologia clinica, università degli Studi di Roma Tor Vergata e componente Gruppo di lavoro Amcli – Molti pazienti convivono per anni con il virus senza sintomi evidenti e arrivano alla diagnosi quandono già presenti complicanze epatiche avanzate. Far emergere questo sommerso attraverso programmi di screening e garantire il collegamento tra diagnosi e presa in carico rappresentano passaggi fondamentali per raggiungere gli obiettivi di eliminazione delle epatiti virali come minaccia per la salute pubblica”.
La vaccinazione rappresenta un pilastro della prevenzione. Per l’epatite B – spiega l’Amcli – è disponibile un vaccino efficace che ha contribuito in modo decisivo alla riduzione dell’incidenza dell’infezione, delle complicanze epatiche e della mortalità correlata, e previene indirettamente anche l’infezione da Hdv, che può replicarsi esclusivamente in presenza di Hbv. Permangono tuttavia importanti criticità nell’attuazione dei programmi vaccinali a livello globale. La copertura della dose di vaccino anti-Hbv alla nascita, fondamentale per prevenire la trasmissione madre-figlio e la successiva cronicizzazione dell’infezione, rimane insufficiente in molte aree ad alta endemia. Secondo l’Oms, la copertura globale della dose somministrata entro le prime 24 ore di vita è pari a circa il 45%, con valori inferiori al 20% nella Regione africana. Disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari, limitata disponibilità di risorse e insufficiente integrazione tra programmi materno-infantili e vaccinali rappresentano ancora ostacoli significativi al controllo dell’infezione.
Negli ultimi anni, i progressi terapeutici hanno profondamente modificato la storia naturale delle epatiti virali croniche. “L’introduzione degli antivirali ad azione diretta (Daa) per Hcv ha consentito di raggiungere tassi di guarigione superiori al 95% e di eradicare completamente il virus dall’organismo, con una significativa riduzione del rischio di cirrosi, epatocarcinoma e trasmissione dell’infezione”, evidenzia Carlo Federico Perno, direttore Uo Microbiologia, Irccs ospedale pediatrico Bambino Gesù in Roma e componente Gruppo di lavoro Amcli. “Importanti progressi – aggiunge – sono stati compiuti anche per Hbv e Hdv. I farmaci oggi disponibili consentono di sopprimere efficacemente la replicazione virale e di ridurre il rischio di progressione verso cirrosi ed epatocarcinoma. Lo sviluppo di nuove terapie, incluse le strategie finalizzate al raggiungimento della cura funzionale dell’Hbv e a un controllo sempre più efficace dell’Hdv, apre ulteriori prospettive per migliorare la prognosi e la qualità di vita dei pazienti”.
Nonostante questi risultati, l’accesso alle cure rimane insufficiente in molte aree del mondo: nel 2024 meno del 5% delle persone con Hbv ha ricevuto una terapia antivirale e circa il 20% delle persone con Hcv aveva avuto accesso a un trattamento curativo, rimarcano i microbiologi. Una particolare attenzione, per Amcli, deve essere riservata all’Hdv. Nonostante le raccomandazioni delle principali società scientifiche internazionali prevedano il test per Hdv in tutti i soggetti con infezione da Hbv, la ricerca dell’anticorpo anti-Hdv e dei successivi marker virologici viene ancora effettuata in modo non uniforme e frequentemente insufficiente.
“Oggi disponiamo di strumenti diagnostici e terapeutici che permettono di intervenire efficacemente su molte forme di epatite virale. La sfida è fare in modo che questi strumenti raggiungano le persone che ne hanno bisogno – conclude Pierangelo Clerici, presidente di Amcli Ets – In questo percorso la microbiologia clinica svolge un ruolo centrale: la diagnosi rappresenta il punto di partenza per far emergere le infezioni non riconosciute e indirizzare tempestivamente il paziente verso la presa in carico e il trattamento. Screening, diagnosi e accesso alle cure devono essere parte di un percorso integrato”.
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