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“Se importi il Terzo mondo, diventi il Terzo mondo”: l’immigrazione secondo Trump e le restrizioni in corso

“Purtroppo, se importi persone dai paesi del Terzo mondo, diventi rapidamente un paese del Terzo mondo — e non c’è nulla che tu possa fare per evitarlo”, lo ha scritto il presidente Usa Donald Trump ieri su Truth, mentre era in volo verso Ginevra per partecipare al G7 di Evian.

Il post utilizza il lessico tipico del commercio internazionale, dove l’Occidente si sente invaso dai prodotti e dalla sovrapproduzione cinese, ma questa volta il soggetto sono gli esseri umani.

Non c’è molto da sorprendersi, tuttavia: Donald Trump ripete la stessa in diverse varianti da mesi. Già ad aprile, la Casa Bianca aveva rilanciato una versione più secca: “If you import The Third World, you become The Third World.” Insomma, non si tratta di una battuta isolata, ma di un piano politico che richiama, tra l’altro, la remigrazione del generale Vannacci in Italia.

È la premessa politica di un’intera architettura di restrizioni migratorie che, nel suo secondo mandato, ha già cambiato le regole di ingresso negli Stati Uniti per decine di paesi e milioni di persone.

Come è nata l’espressione “Terzo mondo”

L’espressione “Terzo mondo” è una formula politica nata durante la Guerra Fredda per indicare i Paesi non allineati, poi scivolata nel linguaggio comune come sinonimo di povertà, instabilità, arretratezza. Trump la usa come etichetta polemica per indicare i Paesi poveri o quelli che considera politicamente pericolosi o inaffidabili: un insieme vago e strumentale che nella sua retorica finisce per includere Asia meridionale, Africa subsahariana, America Latina e Medio Oriente. Lo stesso motivo per cui gli Usa hanno negato il visto a tifosi arrivati negli States per tifare la propria nazionale durante i Mondiali 2026. Il visto è stato negato anche all’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, proprio in virtù della sua nazionalità.

Tre mesi fa, lo stesso tcyoon, parlando degli immigrati, aveva detto: “La loro genetica non è come la tua”, durante una intervista su Fox News.

“La loro genetica non è come la tua”: Trump sugli immigrati e cosa dice la scienza

L’idea di fondo è quella del contagio: le persone che vengono da quei paesi porterebbero con sé caratteristiche incompatibili con la tenuta degli Stati Uniti. Non viene detto quali, né servono dettagli, perché la frase si regge su una fallacia logica: più migranti dai Paesi poveri, meno America. Un pilastro della teoria Maga, che (formalmente) vuole rendere l’America di nuovo grande. E su questa equazione, Trump ha costruito una delle politiche migratorie più restrittive della storia recente degli Stati Uniti.

Le politiche anti-immigrazione di Trump step by step

Le parole si sono rapidamente trasformate in fatti. Spesso, in fatti di cronaca nera dove agenti degli Ice hanno deportato con la forza immigrati (anche) regolari e, nei casi più gravi, ucciso civili innocenti.
Le politiche anti-immigrazione dell’amministrazione Trump hanno seguito queste tappe:

– Giugno 2025: il travel ban su 12 Paesi. Donald Trump firma una proclamazione che vieta l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di Afghanistan, Myanmar, Chad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale, Eritrea, Haiti, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen, senza alcuna eccezione. La misura è entrata in vigore il 9 giugno 2025. Ulteriori restrizioni parziali hanno colpito altri sette Paesi, tra cui Cuba, Venezuela e Togo;

– Novembre 2025: la promessa di una pausa permanente. Dopo un attacco a Washington, Trump annuncia che la sua amministrazione lavorerà per sospendere in modo permanente la migrazione da tutti i paesi del Terzo mondo. Lo dice così, su Truth Social: “I will permanently pause migration from all Third World Countries to allow the Us system to fully recover”, ovvero “Sospenderò in modo permanente la migrazione da tutti i Paesi del Terzo mondo per permettere al sistema americano di recuperare pienamente”;

– Dicembre 2025: l’espansione. Il 16 dicembre 2025, la Casa Bianca firma una nuova proclamazione che estende e modifica le restrizioni precedenti. Il totale dei Paesi colpiti, tra divieti totali e parziali, sale a 39, inclusi Burkina Faso, Mali, Niger, Sudan del Sud, Siria e chi viaggia con documenti emessi dall’Autorità Palestinese;

– Maggio 2026: la revisione dei green card. La Casa Bianca ordina la revisione dei titolari di green card provenienti da 19 paesi, tra cui Afghanistan, Cuba, Haiti, Iran, Somalia e Venezuela. Un’estensione della stretta che colpisce persone già legalmente residenti negli Usa.

La logica del declino

Messa insieme, la sequenza delle misure racconta qualcosa di preciso: non una risposta a emergenze specifiche, ma un disegno progressivo che ridefinisce chi può entrare negli Stati Uniti, chi può restare e con quale status. Il criterio non è esclusivamente quello della sicurezza, anche se la sicurezza è sempre l’argomento dichiarato, ma quello dell’origine in sé. Più i paesi di provenienza sono poveri o instabili, più le restrizioni sono severe.

La Casa Bianca descrive queste misure come necessarie per “proteggere gli americani da attori stranieri pericolosi”. Ma la lista dei Paesi colpiti include anche contesti in cui la minaccia alla sicurezza è tutt’altro che dimostrata. Il risultato è che decine di milioni di persone che avrebbero avuto diritto a chiedere un visto di immigrazione si trovano ora davanti a una porta chiusa in quella che fino a qualche anno fa era la patria del “melting pot”.

La migrazione per la demografia Usa

C’è un elemento che il dibattito politico tende a trascurare, ma che è cruciale in ambito demografico: gli Stati Uniti sono uno dei pochi Paesi ad alto reddito che dipende in modo strutturale dall’immigrazione per sostenere la propria crescita demografica (ne parliamo in questo articolo su come sono cambiati gli States dal primo al secondo mandato Trump). Il tasso di natalità americano è sotto il livello di sostituzione da anni: senza flussi migratori, la popolazione in età lavorativa si riduce, il sistema pensionistico si incrina, l’economia rallenta. Il discorso è analogo, ma diverso da quello dell’Italia dove i flussi migratori contengono, ma non annullano, il declino demografico.

Per i Paesi sviluppati, in lotta con la crisi demografica, smettere di accogliere chi viene da altrove non significa diventare più forti. Ma diventare più vecchi. E più soli.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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