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Natalità e welfare, i pediatri: “Investire nei bambini significa avere adulti più sani”

La crisi demografica non è soltanto una questione di numeri, ma di qualità della vita, salute infantile e tenuta futura del welfare. È questo il punto emerso con forza durante il panel dedicato a natalità, fertilità e maternità dell’evento “Adnkronos Q&A | La demografia cambia la società”, che si è tenuto oggi, 18 giugno, presso Palazzo dell’Informazione di Roma.

A tenere insieme questi fili sono stati gli interventi di Rino Agostiniani, Presidente Società Italiana Pediatria, Massimo Agosti, Presidente Società Italiana Neonatologia e Luigi Cimmino Caserta, MD Manager Public & Gov. Affairs – Princes Italia S.p.A.

Tutti sono d’accordo su un punto: meno bambini nascono, più ogni nascita diventa decisiva.

Investire nei bambini per salvare il welfare

Agostiniani ha riportato la discussione su un punto spesso trascurato quando si parla di longevità e genitorialità: “Il nostro destino in termini di longevità si costruisce nelle prime età della vita”. Per questo, ha aggiunto, “continuare a investire su questi bambini che sono sempre meno è qualcosa di estremamente significativo per avere adulti più sani”, con ricadute dirette anche “su una maggior sostenibilità del sistema di welfare”.

Il ragionamento rovescia l’approccio più comune al tema demografico. Non si tratta solo di capire perché nascono meno bambini, ma di comprendere che la salute dell’adulto si costruisce molto prima, nei primi mille giorni di vita e poi negli stili di vita dell’infanzia e dell’adolescenza. È qui, secondo Agostiniani, che si gioca una parte concreta della prevenzione sanitaria.

Sulle cause della denatalità, il presidente della Società italiana di pediatria ha indicato due fattori principali. “Nascono sempre meno bambini fondamentalmente per due motivi”, ha spiegato: il primo è “una riduzione marcata delle donne in età fertile”, conseguenza del calo delle nascite che l’Italia si porta dietro dagli anni Settanta; il secondo è che “si fanno pochi bambini per ciascuna donna”, come dimostra il tasso di fertilità sceso sotto 1,14 figli per donna.

Su questo secondo fronte, però, secondo Agostiniani si può intervenire. “Si può incidere sia attraverso incentivi di tipo economico, sia soprattutto — ed è la strategia che paga di più — offrendo servizi per la prima infanzia”, ha detto, richiamando il modello dei paesi scandinavi. Il nodo, in altre parole, non è solo convincere ad avere figli, ma mettere le famiglie nelle condizioni di crescerli.

Il digitale nei primi anni: un danno sottovalutato 

Spesso si parla di divieti ai social per i minori, ma il presidente della Sip evidenzia il pericolo dell’utilizzo tra bambini e dispositivi digitali. “Abbiamo meno bambini e però una generazione di bambini e di adolescenti più fragili”. “Come Società italiana di pediatria abbiamo fatto un’indagine accurata” sulla letteratura scientifica relativa all’uso “troppo precoce e troppo prolungato del digitale”, ha spiegato, e i risultati mostrano “conseguenze sulla salute fin da piccoli”. In particolare, “esporre precocemente i bambini agli strumenti digitali” ha “ripercussioni sui tempi dell’acquisizione del linguaggio”, ma anche su “come si sviluppa il nostro cervello”.

L’immagine usata da Agostiniani è semplice e molto efficace: “Se io alleno sempre lo stesso muscolo, quel muscolo sarà più allenato rispetto a un altro. Questo vale anche per la nostra corteccia cerebrale”. Se il bambino viene abituato non alla relazione, allo sguardo, all’interazione con l’adulto, ma a “sfogliare un telefono”, allora si attivano in modo prevalente aree meno utili al suo sviluppo complessivo. Da qui la critica all’uso del digitale come strumento per “tenere tranquillo il bambino”, purtroppo sempre più diffuso.

La Sip sta lavorando con Terre des Hommes a una proposta di legge per limitare l’uso degli strumenti digitali nei primi 36 mesi.

Divieti e educazione non sono in conflitto

Sul tema dei limiti all’accesso ai social e più in generale all’uso del digitale, Agostiniani ha respinto l’idea che divieti ed educazione siano due strade alternative. “Non sono due cose in antitesi”, ha detto.

“Il divieto è uno strumento forte, importante per dire: guarda che questa cosa è pericolosa”, ha spiegato. Ma “il divieto da solo non funziona”, perché deve essere accompagnato da “una progettualità di educazione al digitale che deve partire fin da piccoli” e che può essere costruita “già in ambito scolastico”. La prima responsabilità, insomma, resta quella degli adulti.

Neonati sempre più preziosi, ma non tutti uguali in Italia 

Quando il focus si è spostato sulla neonatologia, Massimo Agosti ha riportato il discorso sul terreno delle disuguaglianze territoriali. Il dato da cui parte è netto: “Dal 2008 abbiamo perso circa 2 milioni di neonati in poco più di 15 anni”. E proprio per questo, ha aggiunto, “i neonati sono di meno e sono sempre più preziosi”.

Il problema, però, non è soltanto quantitativo. “Dobbiamo cercare di dare uguaglianza di cure per i neonati lungo tutta la penisola italiana”, ha detto Agosti. Perché se la mortalità neonatale italiana è bassa come media complessiva, “se andiamo poi a parlare delle varie regioni vediamo che ci sono differenze regionali piuttosto rilevanti”.

La formula usata dal presidente della Società italiana di neonatologia riassume bene il nodo: “Uguaglianza di nascita, che non dipenda dal codice postale in cui si nasce”. Per Agosti servono “uguaglianza di apparecchiature intensive neonatali”, “uguaglianza di personale medico infermieristico” e più sicurezza per le coppie che vogliono avere un figlio.

La soluzione indicata dal presidente della Società Italiana di Neonatologia è una “cabina di regia nazionale”. “Va bene avere la regionalizzazione, ma questo non deve contribuire a creare disuguaglianze”, ha spiegato, chiedendo livelli essenziali di cura uguali “da Aosta a Ragusa”, sia per i neonati sia per le madri prima del parto.

Agosti ha aggiunto un passaggio politico molto chiaro: “Noi dovremmo essere più ascoltati dalle istituzioni”, perché il contributo delle società scientifiche può orientare “scelte amministrative più adeguate per i cittadini italiani”.

Dall’ultimo bambino al progetto Adamo

A chiudere il panel sul piano delle alleanze possibili è stato Caserta Cimino, che ha insistito sul ruolo delle imprese e sulla necessità di una collaborazione più ampia. “Ognuno porta il proprio contributo, non mettiamo a fattor comune quelle che possono essere le azioni e in realtà ci troveremo tra un anno a fare esattamente la stessa cosa”, ha avvertito.

Il ruolo delle aziende, nel suo ragionamento, non è accessorio. È quello di entrare in una logica di misurazione, verifica e correzione degli interventi. In questo quadro si inserisce il progetto Adamo, richiamato come dispositivo narrativo e simbolico. “Nasce perché bisognava creare un aspetto emozionale”, ha spiegato Caserta Cimino. L’idea è quella di raccontare “una storia che viene dal futuro”: nel 2050 nasce “l’ultimo bambino in Italia”, Adamo, e attorno a questa immagine si prova ad aggregare attenzione pubblica, responsabilità sociale e consapevolezza collettiva.

Non è un caso che proprio su quel punto Agostiniani abbia rilanciato con un’altra immagine potente: “Secondo i dati Istat, l’ultimo italiano con questo trend nascerà nel 2225”. Una proiezione estrema, certo, ma utile a chiarire che senza una svolta culturale, sociale e sanitaria la denatalità italiana continuerà a erodere non solo il numero dei nati, ma anche la capacità del Paese di prendersi cura del proprio futuro. 

L’ampliamento dell’età pediatrica

Il filo finale del panel torna dove era partito: i primi anni di vita. “Noi oggi sappiamo che una larga fetta di quelle malattie che sono le malattie croniche non trasmissibili, che sono la principale causa di morte dell’individuo adulto, hanno le loro basi nell’età pediatrica”, ha ricordato Agostiniani. Per questo “investire in termini di vera prevenzione”, orientando i più giovani verso stili di vita corretti nell’alimentazione, nell’attività fisica e anche nell’uso del digitale, “ha ricadute di estrema importanza” su tutto il percorso successivo di vita.

Anche la riorganizzazione sanitaria, in questa prospettiva, diventa parte del problema. Agostiniani ha definito “sensato” l’ampliamento dell’età pediatrica fino ai 18 anni, perché quella fascia intermedia tra adolescenza e giovane età adulta richiede una presa in carico specifica. Ma ha anche avvertito che un cambiamento del genere impone modifiche profonde, “sia a livello territoriale, ma necessariamente anche a livello ospedaliero”.

Il punto fermo, ha concluso, è che “le cure primarie sono il caposaldo sul quale si costruisce la salute dei bambini e delle bambine”. E se la natalità resta il grande tema politico, il panel ha mostrato con chiarezza che la risposta non passa solo dagli incentivi economici: passa dalla qualità dei servizi, dalla prevenzione, dalla riduzione delle disuguaglianze territoriali e dalla capacità di proteggere davvero l’infanzia fin dai suoi primi giorni.

La demografia cambia la società

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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