C.Agricole accelera su Banco Bpm, possibile svolta dopo il 29 ottobre: domani Cda del Banco su assemblea

(Adnkronos) – Crédit Agricole potrebbe accelerare già dopo il 29 ottobre il percorso verso una fusione amichevole tra Crédit Agricole Italia e Banco Bpm. Sullo sfondo, il timore che, una volta terminata la passivity rule, altri soggetti possano muoversi, modificando gli equilibri nel risiko bancario italiano. Intanto, domani è in programma il consiglio di amministrazione di Banco Bpm, chiamato anche a valutare la posizione da assumere nell’assemblea di Mps del 29 ottobre. 

Secondo quanto apprende Adnkronos da fonti finanziarie, starebbe perdendo quota l’ipotesi che il gruppo francese attenda fino alle prossime elezioni politiche prima di imprimere un’accelerazione al dossier. La prospettiva di un’iniziativa di terzi dopo la fine dei vincoli legati alla passivity rule rappresenterebbe un elemento di preoccupazione e potrebbe spingere Crédit Agricole a valutare tempi più rapidi. Resta da capire quale sarà il livello di interlocuzione con la politica. La Banque Verte, sottolineano le fonti, è tradizionalmente orientata a muoversi in modo istituzionale e non ostile rispetto al contesto di riferimento. Interpellata da Adnkronos, Crédit Agricole ha preferito non commentare. 

La partita si intreccia con le decisioni che Banco Bpm dovrà assumere in vista dell’assemblea di Mps convocata per il 29 ottobre. Il consiglio di amministrazione di domani sarà l’occasione per valutare la linea da tenere di fronte alle proposte all’ordine del giorno, in un contesto in cui si confrontano progetti industriali e interessi azionari differenti. Tra le opzioni sul tavolo, secondo le informazioni raccolte, ci sarebbero la mancata partecipazione all’assemblea oppure l’astensione. Due scelte che possono avere conseguenze diverse sugli equilibri di voto. 

 

 

 

Dal punto di vista tecnico, l’astensione potrebbe rivelarsi più efficace. “Dal punto di vista strettamente tecnico l’astensione di Banco Bpm può essere più efficace della mancata partecipazione, perché consente di non sostenere la fusione senza sottrarre la propria quota al capitale rappresentato in assemblea”, osserva Alessandro Cominelli, executive director di Cfe Finance, parlando con Adnkronos delle possibili opzioni del gruppo. In presenza di una maggioranza qualificata, spiega l’analista, l’astensione può rendere più difficile il raggiungimento della soglia necessaria per l’approvazione. La mancata partecipazione, invece, riduce il capitale presente e può modificare il denominatore sul quale viene calcolata la maggioranza.  

La partita in vista dell’assemblea si fa complessa per Lovaglio. Il blocco di minoranza composto da Delfin, Caltagirone ed Edizione avrebbe infatti reso di fatto impraticabile il progetto alternativo, esprimendo, direttamente o indirettamente, una preferenza per l’Opas di Intesa Sanpaolo. A queste posizioni si sono aggiunte quelle di diversi investitori istituzionali, contrari al piano di Lovaglio. Neanche sul fronte della fusione tra Mps e Mediobanca la situazione è statica. Malgrado i proxy, Norges Bank Investment Management ha annunciato il voto contrario alle offerte pubbliche di scambio su Banco Bpm e Banca Generali, alla distribuzione straordinaria e alla fusione con Mediobanca.  

Per Cominelli, la presa di posizione del fondo norvegese “è significativa soprattutto per il suo valore di segnale nei confronti degli altri investitori istituzionali. Non è scontato che altri grandi fondi internazionali seguano la stessa linea, ma il voto contrario di un investitore di queste dimensioni può rafforzare le perplessità sulla convenienza economica e sulla governance dell’operazione. Saranno determinanti le valutazioni dei singoli investitori, anche alla luce delle indicazioni degli advisor e del rapporto rischio-rendimento delle alternative disponibili”. 

Anche secondo gli analisti di Equita il voto contrario alla fusione tra Mediobanca e Mps è la conseguenza logica per gli azionisti Mps che intendano sostenere il progetto di Intesa. Tale scelta – spiegano – “consentirebbe infatti di affidare direttamente al management di Intesa la gestione del processo di integrazione, evitando duplicazioni di costi e minimizzando i rischi connessi all’integrazione di sistemi informatici e operativi differenti”. (di Andrea Persili) 

 

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