I reati sui minori crescono del 43% in 10 anni: i dati nazionali e l’allarme Oms sui giovani

La violenza sui minori in Italia ha raggiunto un triste record storico, con un aumento dei reati del 43% negli ultimi dieci anni. A rilevarlo sono i dati elaborati dall’Analisi criminale della direzione centrale polizia criminale, resi noti dalla Fondazione Terre des Hommes all’interno del Dossier Indifesa presentato all’Anci. Nel corso del 2025 le vittime minorenni nel nostro Paese hanno toccato la quota di 7.272, segnando il livello più alto mai registrato. La tendenza sul decennio conferma una crescita drammatica e costante, con un incremento netto di 2.192 giovani vittime rispetto al 2015.

La casa come epicentro dei maltrattamenti

L’analisi dettagliata delle tipologie di reato rivela che la minaccia principale per bambini e ragazzi non si consuma all’esterno, ma nell’ambiente che dovrebbe garantire loro la massima protezione. I maltrattamenti in famiglia rappresentano infatti la fattispecie più diffusa e in più rapida espansione, con 3.008 vittime registrate nel 2025. Questa singola voce costituisce da sola il 41,4% dell’intero quadro criminale ai danni di minori e segna un’impennata del 109% rispetto al 2015.

Sommando i maltrattamenti familiari alle altre forme di abuso più gravi, come le violenze sessuali e l’abbandono, si raggiunge la cifra drammatica di 5.190 vittime, arrivando a coprire oltre il 71% del totale dei reati commessi contro i minori in Italia. L’abitazione domestica continua così a confermarsi, per troppi piccoli, il luogo primario di isolamento, sopraffazione e trascuratezza.

Il dramma delle violenze sessuali su bambine e ragazze

Il fattore di genere emerge con estrema nitidezza dai dati della polizia criminale. Nel complesso, le bambine e le ragazze costituiscono il 54% delle vittime di reati contro l’infanzia. Tuttavia, l’asimmetria diventa evidente quando si analizzano specificamente le sette fattispecie di reato a sfondo sessuale che comprendono la violenza sessuale, la violenza sessuale aggravata, gli atti sessuali con minorenne, la corruzione, la prostituzione, la pornografia e la detenzione di materiale pornografico.

Su un totale di 2.451 vittime di reati sessuali, ben 2.024 sono di sesso femminile, pari all’82,6% del totale. Le percentuali crescono ulteriormente nelle forme più severe di aggressione: bambine e ragazze rappresentano infatti l’87% delle vittime di violenza sessuale e l’86% di violenza sessuale aggravata. Risultano inoltre di sesso femminile il 79% delle vittime di atti sessuali con minorenne, il 79% nei casi di detenzione di materiale pornografico, il 76% nella prostituzione minorile, il 71% nella pornografia minorile e il 65% nella corruzione di minorenne.

L’aumento dell’abbandono e le divergenze territoriali

Il rapporto evidenzia anche l’incremento di altri crimini legati alla responsabilità genitoriale e alla tutela dei più piccoli. L’abbandono di minori o incapaci ha coinvolto 637 persone, mostrando una crescita del 10% in un solo anno e del 56% dal 2015. Si registrano segnali di aumento anche per la sottrazione di persone incapaci, che raggiunge 311 casi (+12% nell’ultimo anno e +23% sul decennio), e per l’abuso dei mezzi di correzione o disciplina, con 360 vittime (+4% nel 2025 e +35% dal 2015).

Accanto al dato nazionale, le analisi territoriali mostrano dinamiche regionali anche molto difformi. È il caso dell’Abruzzo, dove nel 2025 si sono contate 143 vittime minorenni (+22,2% rispetto all’anno precedente), evidenziando un’accelerazione in forte controtendenza con la media nazionale (+1%). Anche a livello regionale si conferma il peso dei reati familiari (41,3% del totale) e l’impatto di genere, con il 60,1% di vittime femminili complessive che sale al 75% se si considerano i soli crimini sessuali.

“Caro papà, mi hai rovinato la vita”: la violenza da bambine e la cicatrice nella vita adulta

L’allarme dell’Oms Europa: i traumi infantili segnano l’intera vita adulta

A confermare la portata sistemica dell’emergenza è intervenuto un vasto studio condotto dall’Ufficio regionale europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in collaborazione con la Liverpool John Moores University, basato su oltre 26.000 giovani adulti tra i 18 e i 30 anni. L’indagine ha misurato l’esposizione alle cosiddette Ace (Adverse Childhood Experiences), ossia le esperienze avverse vissute durante l’infanzia, che includono abusi fisici e psicologici, incuria e contesti familiari disfunzionali come violenze domestiche o dipendenze.

I risultati indicano che oltre 2 giovani adulti su 3 (più del 66%) tra Europa, Islanda e Norvegia hanno subito almeno un’esperienza avversa da bambini. Inoltre, oltre 1 giovane su 5 ha riferito 4 o più avversità accumulate. Questo accumulo di traumi produce conseguenze devastanti che si trascinano per decenni:

  • Salute mentale e violenza: tra chi ha riportato 4 o più Ace, il 76,3% ha necessitato di supporto professionale per la salute mentale nell’ultimo anno (rispetto al 36,7% di chi non ne ha vissute). Chi ha subito 4 o più traumi da piccolo presenta inoltre una probabilità 10 volte maggiore di commettere violenze da adulto, 6 volte maggiore di subirne e 8 volte superiore di essere stato vittima di cyberbullismo.
  • Impatto socioeconomico: le avversità infantili sono direttamente correlate a un minor grado di istruzione, a un rischio più elevato di esclusione dal lavoro o dalla formazione, a un reddito familiare inferiore, a una ridotta fiducia negli altri e a un debole senso di appartenenza alla comunità.

Come evidenziato da Natasha Azzopardi-Muscat (Oms Europa) e da Mark Bellis (Liverpool John Moores University), non ci si trova di fronte a una piccola minoranza sfortunata o a un isolato problema sanitario, ma a una vera criticità sociale ed economica la cui spesa ricade sui sistemi giudiziari, assistenziali e sulle economie nazionali per generazioni.

La strategia in tre punti dell’Oms per spezzare il ciclo della violenza

Per contrastare il fenomeno, l’Oms Europa sollecita un intervento articolato su tre pilastri fondamentali:

  1. Prevenzione primaria: agire sulle cause profonde delle avversità sostenendo direttamente le famiglie e contrastando la povertà, la discriminazione e l’esclusione sociale.
  2. Sviluppo della resilienza: promuovere competenze emotive e relazionali e valorizzare la presenza di adulti di riferimento significativi, capaci di attutire l’impatto dei traumi e proteggere la salute mentale.
  3. Servizi pubblici “trauma-informed”: riorganizzare i sistemi educativo, sanitario, sociale e giudiziario affinché imparino a riconoscere i segni del trauma e a rispondervi in modo adeguato, impedendo la trasmissione intergenerazionale degli abusi.

Come sottolineano gli esperti dell’Oms, investire sulla protezione e sulla tutela della prima infanzia non rappresenta solo un dovere etico nei confronti dei più piccoli, ma il presupposto essenziale per costruire comunità più sicure, eque e prospere.

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Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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