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Pma sempre più su misura, ma il fattore tempo resta decisivo anche per lui

La procreazione medicalmente assistita cambia passo. Non più soltanto una medicina del “tentativo”, ma un percorso sempre più personalizzato, costruito sulla storia biologica e clinica di chi cerca un figlio. È uno dei temi al centro dell’Annual Meeting della European Society of Human Reproduction and Embryology, Eshre 2026, in corso a Londra fino all’8 luglio, dove i dati presentati mostrano una direzione sempre più chiara: prevenzione, personalizzazione delle cure e continuità del percorso diventano strumenti centrali per aumentare le possibilità di arrivare a una nascita.

Ma dentro questa medicina sempre più precisa resta un fattore che non può essere cancellato: il tempo. Non solo quello femminile, più noto e più spesso al centro del dibattito, ma anche quello maschile. Le nuove ricerche presentate all’Eshre indicano infatti che l’età continua a contare anche quando si ricorre all’eterologa e che, dopo i 45 anni, anche il Dna spermatico può mostrare cambiamenti misurabili.

“La personalizzazione del percorso non è più un’aspirazione: è una necessità supportata dai dati. Gli studi presentati a Eshre indicano come sia sempre più possibile disegnare percorsi costruiti sulla biologia reale di ogni aspirante genitore”, afferma Antonio Pellicer, professore ordinario di Ostetricia e Ginecologia all’Università di Valencia e fondatore di Ivi. “Sapere quanti ovociti possono essere necessari per realizzare un progetto di famiglia, conoscere il peso dell’età uterina anche nell’eterologa, ridurre l’abbandono con strategie multiciclo: questa è la direzione verso cui la Pma sta andando e solo così può diventare una risposta concreta alle aspirazioni delle persone e alla situazione di denatalità nel nostro Paese”.

Solo il 42% delle coppie accede alla procreazione assistita

Dalla logica del tentativo alla Pma su misura

Uno degli esempi di questo cambio di paradigma arriva da uno studio multicentrico guidato da ricercatori di Ivirma Global Research, che ha analizzato 14.039 trasferimenti di singoli embrioni da ovociti donati tra il 2020 e il 2025. La ricerca mette in discussione una convinzione molto diffusa nella pratica clinica: l’idea che l’assenza di un pattern endometriale trilaminare debba portare, da sola, alla cancellazione del trasferimento embrionale.

Il pattern trilaminare dell’endometrio, osservato tramite ecografia, è stato a lungo considerato un indicatore importante della recettività endometriale, cioè della capacità dell’utero di accogliere l’embrione. Quando non appariva adeguato, il trasferimento poteva essere rinviato o cancellato. Lo studio guidato dal ricercatore Pietro Molinaro suggerisce invece che, nei cicli con ovociti donati e spessore endometriale adeguato, l’assenza di questo aspetto trilaminare non comprometta il tasso di nascita e non debba rappresentare, da sola, una ragione sufficiente per interrompere il percorso.

Il dato è importante perché va nella direzione di una Pma meno standardizzata e più misurabile. Non si tratta soltanto di aggiungere tecnologia, ma di usare meglio le informazioni disponibili per evitare cancellazioni non necessarie, ridurre l’incertezza e accompagnare la coppia dentro una strategia più chiara. In questo senso, la personalizzazione non è solo una parola rassicurante: significa costruire decisioni cliniche basate su parametri più precisi, sul profilo della paziente e sull’obiettivo finale del percorso, cioè la nascita.

L’utero ha un’età, anche quando l’ovocita è giovane

La medicina della riproduzione può superare alcuni limiti biologici, ma non tutti. Un altro studio presentato all’Eshre, “Advanced maternal age independently affects live birth and increases miscarriage risk in donor oocyte cycles”, mostra che anche nei percorsi con ovociti donati da donne giovani l’età della ricevente continua ad avere un peso.

La ricerca, presentata da Beatrice Crestani di Ivirma Global Research Alliance e Ivi Roma, ha analizzato 2.760 trasferimenti embrionali e indica che l’invecchiamento dell’utero e dell’endometrio esercita un impatto indipendente sui tassi di successo. Nelle riceventi di età uguale o superiore a 49 anni, i tassi di nascita per singolo trasferimento risultano pari al 31,7%, contro il 46,2% registrato nelle pazienti tra i 35 e i 40 anni.

Considerando però l’intero percorso di trasferimenti disponibili, il tasso cumulativo di nascite resta del 60% anche nelle pazienti di età più avanzata, a fronte dell’80% nelle donne tra i 35 e i 40 anni. In parallelo, il rischio di aborto spontaneo risulta più che raddoppiato, probabilmente in relazione ad alterazioni della ricettività endometriale.

Il messaggio non è che l’eterologa non funzioni in età più avanzata, ma che non può azzerare completamente l’effetto del tempo. Anche quando l’ovocita arriva da una donatrice giovane, l’ambiente uterino mantiene una sua storia biologica. Per questo, nei percorsi di ovodonazione, l’età della donna resta un elemento da valutare con attenzione, soprattutto nel counseling.

“L’età della donna rimane un fattore di cui tenere conto per una corretta valutazione e un adeguato counseling anche nei percorsi di donazione”, spiega Mauro Cozzolino, direttore clinico Ivi Bologna. “Si stima che ogni anno centinaia di coppie richiedano una donazione di spermatozoi, mentre sono migliaia quelle che ricorrono alla donazione di ovociti. Questa differenza è riconducibile alla diversa biologia della gametogenesi femminile e maschile. Tuttavia, proprio perché la fertilità femminile è maggiormente condizionata dal fattore tempo, la medicina riproduttiva deve guardare oggi alla coppia in modo integrato e creare percorsi personalizzati grazie ai progressi e all’innovazione ottenuti”.

Pma, aumentano i nati ma l’età delle donne resta il nodo centrale

Il padre non è fuori dall’orologio biologico

Il fattore tempo, però, non riguarda solo lei. Uno degli elementi più interessanti dei dati presentati a Eshre 2026 riguarda l’età paterna. Dopo i 45 anni, infatti, anche il Dna spermatico può mostrare una traccia misurabile dell’invecchiamento.

È quanto emerge da uno studio pilota prospettico che ha osservato negli uomini over 45 un aumento del 31% delle varianti somatiche sperm-specifiche rispetto agli under 30. La ricerca ha confrontato il Dna del sangue e quello degli spermatozoi degli stessi partecipanti, mostrando che alcune alterazioni possono essere presenti esclusivamente nei gameti maschili e non emergere quindi da un test genetico eseguito sul sangue.

Il risultato non indica un aumento diretto del rischio per la salute dei figli e gli autori sottolineano la necessità di ulteriori studi per chiarire il significato clinico delle varianti osservate. Tuttavia, il dato apre una riflessione importante: la valutazione preconcezionale potrebbe in futuro dover guardare con maggiore attenzione anche al contributo maschile, soprattutto quando l’età paterna è più avanzata.

“Il nostro studio mostra che il Dna degli spermatozoi può contenere varianti non rilevabili nel sangue e che il numero di queste varianti somatiche aumenta con l’età paterna”, precisa Laura Mossetti, embriologa di Ivi Roma e ricercatrice della Fondazione Ivi, che ha coordinato lo studio in collaborazione con Ivi Roma, Ivi Bilbao, Ivi Valencia, Fondazione Ivi e partner di ricerca spagnoli. “È un risultato preliminare, ma importante, perché suggerisce che la valutazione genetica preconcezionale potrebbe in futuro dover considerare con maggiore attenzione anche il contributo maschile”.

È un passaggio culturale prima ancora che clinico. Per anni la fertilità è stata raccontata quasi esclusivamente come una questione femminile, legata all’età della donna, alla riserva ovarica, alla qualità ovocitaria e alla gravidanza. Ma la medicina della riproduzione mostra sempre più chiaramente che il progetto di genitorialità riguarda la coppia nel suo insieme.

“Dobbiamo superare l’idea che la fertilità sia una ‘responsabilità’ quasi esclusivamente femminile”, spiega Rossella Mazzilli, specialista in Endocrinologia e Malattie del metabolismo, andrologia e diabetologia dei centri Ivi e Genera. “Nell’uomo, la produzione degli spermatozoi continua per tutta la vita: questo significa che le cellule coinvolte nella spermatogenesi vanno incontro a continue divisioni cellulari e, con l’avanzare dell’età, può aumentare la probabilità di errori nella replicazione del Dna”.

Il messaggio, sottolineano gli esperti, non è creare allarmismo. Dopo i 45 anni un uomo non smette di essere potenzialmente fertile. Ma l’età paterna, insieme alla salute metabolica, ormonale e seminale, allo stile di vita e all’esposizione a fattori di rischio ambientali, diventa un elemento da considerare nel percorso.

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La Pma su misura nasce proprio da qui: non da una promessa di controllo totale sulla biologia, ma dalla capacità di leggere meglio i fattori che contano. Tempo, qualità dei gameti, salute dell’endometrio, storia clinica, età dei partner, possibilità di abbandono del percorso e strategie multiciclo sono pezzi dello stesso quadro. La medicina della riproduzione diventa più precisa, ma non cancella l’orologio biologico. Lo misura meglio, per aiutare le persone a decidere prima e con più consapevolezza.

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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